Mi sono dedicato alla lettura della proposta di Po Fesr (Programma operativo Fondo europeo di sviluppo regionale) della Regione Sardegna per il periodo 2014-20. Viviamo nel mantra dei “fondi europei”, per cui tutti ne parlano ma nessuno legge i documenti e perciò mi sono preso la briga, a fine luglio, di leggere un documento non certo avvincente, ma assai interessante ed utile per capire dove andiamo.

Il Fesr è quel fondo che si occupa di infrastrutture (mentre il Fse – Fondo Sociale Europeo – si occupa di formazione) ed è stato storicamente gestito dal Crp (Centro Regionale di Programmazione) della Ras (Regione Autonoma della Sardegna).

Vi sono diverse priorità, che riprendono i regolamenti comunitari. Si nota però l’impostazione del presidente della Sardegna Francesco Pigliaru, specie nell’accento all’internazionalizzazione ed ai compiti dell’impresa, piuttosto che al concetto di “occupabilità”, su cui sicuramente molto si sofferma il Po Fse.

Il tema che vorrei affrontare è però un altro: le città in Sardegna e le aree interne. Il Po Fesr individua tre aree urbane – Cagliari, Sassari ed Olbia – per una conformazione territoriale definita a “Y”. Scomparsi Nuoro ed Oristano, ridotti a centri intermedi, siamo arrivati alla realizzazione definitiva della ciambella. Gli abitanti (pochi) sono nelle coste, e nelle aree interne rimangono i vecchi e quelli – spesso non scolarizzati – che non trovano uno sbocco neanche nell’emigrazione. La Sardegna sta perdendo abitanti in modo consistente, l’età media è sempre più alta, e si abita sulle coste.

Lo spostamento sulle coste ed in città non è un fenomeno solo sardo: è generalizzato. Per la prima volta nella storia mondiale gli abitanti saranno più in città che nelle campagne. Per la Sardegna, tuttavia, si tratta comunque di un disastro: economico, sociale, storico, culturale.

Il Po Fesr decide di puntare strategicamente sulle aree urbane. Si afferma, infatti, la volontà di non intervenire con misure specifiche per le città, bensì di innervare ogni intervento sulle città. Puntare strategicamente sulle città, quindi, significa che questo diventa un obiettivo trasversale a tutto il Po Fesr, che lo innerva completamente.

Non è così per le aree interne, per i quali gli interventi specifici si riducono alla scelta tra il Mandrolisai e la Marmilla come aree pilota sulle quali intervenire.

Si potrebbe rispondere che i fondi Feasr (Fondo europeo agricolo di sviluppo regionale) prevedono interventi, oltre che sull’agricoltura, anche sullo sviluppo rurale mediante i Gal (Gruppi di Azione Locale) e l’approccio Leader.

In realtà non è così. Intervenire sulle aree interne non può essere demandato al Feasr. In tempi di revisione della spesa, di tagli, di pareggio di bilancio, di neoliberismo e dell’ideologia del mercato non è possibile intervenire sugli squilibri strutturali della società sarda. Ed infatti, anche in questa tornata non si interverrà.

Al contrario, come dice per esempio Gianluca Cadeddu, direttore del Crp, per intervenire sulle aree rurali servono scelte fortissime. Altrimenti si giochicchia, e le tendenze degli anni scorsi continueranno. Significa il ritorno dell’”hic sunt leones” fuori da Cagliari, Sassari ed Olbia.

Soru, governatore dal 2004 al 2009, non riuscì ad intervenire sulle aree rurali, e tanto meno ci provò Capellacci (2009-2014). Il Po Fesr, che è solamente una parte della vasta attività programmatoria della Sardegna, ci conferma questa tendenza di fondo.

Tutti coloro che parlano di “aree interne” e di “sviluppo rurale”, avranno mai il coraggio di prendere il toro per le corna, e di mettere in discussione un sistema di produzione che distrugge le aree periferiche dell’Europa e, all’interno di queste, rende periferiche le aree poco urbanizzate?

Significherebbe mettere in discussione un modello di sviluppo, nonché l’impianto europeo neoliberista.