Al cantiere di Expo da settembre si farà sul serio. Sarà il mese in cui buona parte dei 53 Paesi che costruiscono in autonomia i padiglioni (che diventeranno 55 nelle previsioni della società che gestisce l’evento milanese) daranno il via ai lavori. Eppure a oggi ancora nessun Paese straniero ha sottoscritto il Protocollo di legalità del 13 febbraio 2012, uno degli strumenti più pubblicizzati dall’azienda per il contrasto alle infiltrazioni mafiose. Già a marzo la Dia aveva per prima denunciato la situazione.

L’accordo impegna chi lo sottoscrive a richiedere le informative antimafia sull’azienda a cui affida i lavori e diventa un testo vincolante nel contratto tra stazione appaltante (anche se fosse un Paese) e l’azienda che ha vinto la gara. L’assenza di adesioni preoccupa i presidenti delle Commissioni antimafia del Comune di Milano e di Regione Lombardia, David Gentili e Gian Antonio Girelli, entrambi Pd. Il 31 luglio hanno firmato una lettera rivolta al premier Matteo Renzi, al sindaco di Milano Giuliano Pisapia, al presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni e a Giuseppe Sala, commissario unico di Expo 2015. Nel documento, frutto della commissione antimafia congiunta del 25 luglio, i due presidenti chiedono “di intensificare gli sforzi per per la sottoscrizione del Protocollo di legalità”. Altrimenti “si corre il rischio che un’azienda in odor di mafia a cui è stato tolto un appalto rientri nel cantiere ottenendo un lavoro da un Paese straniero”, spiega Gentili.

Solo la prefettura potrebbe mettersi di mezzo, ritirando alla ditta i badge per l’ingresso fisico nei cantiere, ma nulla le impedirebbe di vincere l’appalto. E qui sta la seconda richiesta dei due presidenti delle Commissioni antimafia: “Che si studino – si legge – adeguati provvedimenti per negare l’accesso al sito a quei contraenti che hanno stipulato un contratto con un Paese che non ha sottoscritto il Protocollo di legalità e per i quali la Prefettura ravviserà l’opportunità di emanare interdittiva antimafia”. In sostanza, se sei in odor di mafia, poco importa chi ti ha dato l’appalto: nel cantiere di Expo non si entra. Questa sarebbe la proposta dei presidenti delle Commissioni antimafia.

Che ci sia questa firma in calce al Protocollo oppure no, tutti i Paesi stranieri sono obbligati a passare alla prefettura i nomi delle maestranze che entreranno nei cantieri Expo, gestiti attraverso la piattaforma Siprex condivisa con le forze dell’ordine. Il flusso dei dati, soprattutto per i cantieri degli stranieri, è uno degli strumenti per tracciare chi entra e contrastare le aziende mafiose. Anche in questo caso, però, sull’efficacia c’è ancora da lavorare.

Il giallo della piattaforma per il controllo delle informazioni sui cantieri comincia ad aprile 2012: gli agenti che la devono utilizzare notano subito le lacune. A ottobre 2013 la prima azienda che ha avuto l’appalto, Opera21, fallisce e viene rilevata da un’altra società, Top Network. Aveva ottenuto l’appalto in trattativa privata, per 500 mila euro, ben prima del febbraio 2012, quando è stato sottoscritto il protocollo di legalità. Pegaso, la società che ne prende il posto temporaneamente, pare funzionare. Lo dice lo stesso commissario Giuseppe Sala, in Commissione parlamentare antimafia, il 12 maggio: “La Siprex oggi funziona, ma abbiamo avuto comunque una procedura alquanto travagliata, purtroppo un’azienda che ne aveva gestito la costruzione è fallita e quindi abbiamo avuto un ritardo nella messa a punto dalla piattaforma, non posso che ammetterlo”. A fine maggio viene emesso un nuovo bando per l’aggiudicazione del servizio. Chi lo vince? Di nuovo Top Network, per 603 mila euro, mentre Pegaso è esclusa dal bando. “Perché?”, chiede David Gentili alla Commissione antimafia congiunta del 25 luglio. “A mia domanda non è stata data risposta – annota sul suo blog -. La formalizzerò meglio”.