“Una bravata elettorale”. Così Barack Obama risponde ai repubblicani della Camera che a maggioranza – 225 voti contro 201 – sono riusciti a far passare una mozione che chiede di portare in tribunale il presidente per “abuso dei poteri“. E’ una risposta sarcastica, che non prende neppure in considerazione il problema politico e che riduce la questione a un modo per compattare la base elettorale conservatrice. Una risposta, probabilmente, destinata a infuocare ancora di più il dibattito in vista delle elezioni di midterm.

“Volete che il presidente faccia a pezzi quello che i nostri fondatori hanno costruito?”. Lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, si è appellato alla Costituzione e alla Bibbia per denunciare il presunto reato di Barack Obama, che avrebbe ritardato l’entrata in vigore di alcune clausole della sua stessa riforma sanitaria, l’Affordable Care Act. In realtà, ormai da mesi, i repubblicani della Camera lamentano presunti abusi da parte del presidente, che sarebbe intervenuto con ordini esecutivi ogni qualvolta il Congresso si è trovato in una situazione di stallo: sulle questioni dell’immigrazione, dei diritti degli impiegati federali gay e sui minimi salariali dei “contractor” governativi.

L’accusa dei repubblicani va comunque oltre. Obama non avrebbe soltanto governato a colpi di decreti, ma anche interpretato le leggi votate dal Congresso a suo piacimento; bloccando le clausole sgradite e dando via libera a quelle politicamente convenienti. “Alla fine di una sanguinosa rivoluzione, gli americani hanno deciso di non volere un altro re, ma di volere la libertà”, ha spiegato Tom Rice, repubblicano della South Carolina, che ha definito Obama “King George III” e i compagni di partito repubblicani come “veri rivoluzionari in lotta contro la tirannia”.

In realtà, la causa contro Obama arriva al termine di un lungo e faticoso percorso all’interno del partito repubblicano. Non è un mistero che una parte della base conservatrice avrebbe preferito la richiesta di impeachment. Il 57% dei conservatori, secondo un sondaggio di Cnn realizzato tra il 18 e il 20 luglio, desidera che il presidente venga messo sotto accusa per tradimento. Questa è anche la richiesta dei settori più radicali del partito. “E’ tempo di impeachment per Obama”, ha scritto Sarah Palin, che accusa la Casa Bianca di aver deliberatamente aperto le frontiere al fiume di migranti dal Centro America. E da tempo molti gruppi del Tea Party parlano di denunciare per alto tradimento il presidente. L’accusa è sempre quella di “aver tradito il solenne giuramento di difendere i confini degli Stati Uniti d’America”.

La leadership repubblicana del Congresso ha sempre frenato di fronte a questa possibilità, preferendo quella di una semplice “denuncia”. L’obiettivo, per Boehner e gli altri leader del Congresso, è stato quello di unificare la base e mostrarsi inflessibili nemici delle politiche di Obama, ma al tempo stesso non perdere tempo prezioso per sostenere una richiesta troppo radicale e con poche probabilità di essere dimostrata. Una rapida scorsa ai sondaggi – il 75% dei conservatori dice di approvare una semplice denuncia contro Obama – ha fatto scegliere proprio questa strada.

Quante possibilità ci sono che la richiesta trovi ora il suo corso in un tribunale americano? Praticamente nessuna. Già nel passato senatori e deputati hanno deciso di denunciare Obama. Lo ha fatto il repubblicano del Kentucky, Rand Paul, che ha accusato Obama e i capi dei servizi di intelligence per la racconta di dati personali degli americani. E lo ha fatto un altro repubblicano, Ron Johnson, che ha denunciato Obama per le esenzioni concesse ai membri del Congresso proprio in tema di riforma sanitaria. Le corti sinora hanno sempre preferito lasciar cadere le accuse, tenendosi fuori dalle schermaglie politiche, e sarà così, con ogni probabilità, anche questa volta. La denuncia, oltre la base repubblicana, avrà avuto l’effetto di consolidare anche quella democratica. Un milione di dollari è stato raccolto nel giro di ventiquattr’ore dai democratici, che hanno chiesto con una email ai loro sostenitori di “non lasciar passare” il tentativo dei repubblicani di intimidire la Casa Bianca. Di più, molti liberal hanno accusato i rivali di bloccare i lavori della Camera su questioni del tutto inutili, tralasciando i veri problemi: minimi salariali, lavoro, assegni di disoccupazione.

Un’ultima osservazione può riguardare proprio i poteri di Obama. A differenza di quanto sostengono i repubblicani, l’attuale presidente non ha usato le proprie prerogative in modo più soffocante rispetto ai predecessori. Gli “executive orders” di Obama sono stati 183, la gran parte emanati soprattutto durante il primo mandato; erano stati 291 quelli di George W. Bush, 364 quelli di Clinton e 381 quelli di Ronald Reagan. Obama però, subito dopo le vacanze estive, potrebbe usare un clamoroso ordine esecutivo in tema di immigrazione, proibendo la futura deportazione per almeno 5 degli 11 milioni di immigrati che da anni vivono senza permesso negli Stati Uniti. Negli ambienti della politica di Washington si parla da tempo di questa possibilità. L’attuale denuncia repubblicana potrebbe essere un modo per avvertire Obama che l’opposizione sarà durissima.