Gli Angelucci si preparano a riorganizzare a settembre Libero dopo che si sono impegnati a sborsare 28,5 milioni di euro per garantire il futuro del giornale. Al quotidiano sono stati negati i contributi pubblici per l’editoria dal 2007 fino al 2010 e adesso la parola d’ordine è riordinare la casa editrice per mettersi in regola e poter incassare i prossimi aiuti, cominciando con quelli del 2014. Ma anche in vista di un possibile aumento di capitale e dell’ingresso di nuovi soci, magari vicini al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Tutto nasce dalla decisione della presidenza del Consiglio che ha annullato il versamento per l’anno 2007 perché alla famiglia di imprenditori della sanità privata faceva capo anche un altro quotidiano destinatario di fondi pubblici, il Riformista (poi fallito), in violazione della legge 250 del 1990 sulla materia. Motivo per cui il capostipite della famiglia Antonio Angelucci, ex parlamentare del Pdl, è stato rinviato a giudizio alla fine dello scorso maggio. Sempre la presidenza del Consiglio ha escluso la casa editrice dai contributi per gli anni 2008 e 2009 e dichiarato la decadenza dal diritto ai contributi per il 2010, dando il via a una serie di ricorsi al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato conclusi a favore di Palazzo Chigi, anche se la società editoriale ha fatto un ennesimo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Per gli Angelucci il conto rischia però di essere più salato e salire a quota 36 milioni di euro nel caso il quotidiano, oggi diretto da Maurizio Belpietro, debba restituire allo Stato anche i contributi per l’esercizio 2006 sui quali è intervenuta la prescrizione. Al momento le previsioni non sembrano quindi delle più rosee, se si considera che la presidenza del Consiglio dei ministri ha emesso poi “un preavviso di diniego” anche per le richieste di fondi 2011-2012 (4 milioni circa per ognuna delle due annualità), come si legge nella nota integrativa al bilancio 2013 dell’Editoriale Libero. Resta in attesa di risposta solo la domanda per il 2013, anno per il quale la testata ha richiesto contributi per altri 4 milioni. Comunque, per non correre ulteriori rischi, e ancora prima di procedere alla riorganizzazione, gli Angelucci hanno commissionato una relazione sull’andamento della società fino al primo semestre 2014 e un piano industriale triennale. Nei prossimi mesi, peraltro, le regole del sistema dei contributi potrebbe cambiare se il sottosegretario all’editoria Luca Lotti avvierà la riforma dell’intero meccanismo di provvidenze che ha annunciato proprio per settembre.

Intanto, il quotidiano diretto da Belpietro ha chiuso il 2013 di nuovo in rosso per 1,8 milioni di euro. Alla fine del 2012 il risultato netto era già negativo per quasi 1,9 milioni, e ancora peggio era andata nel 2011 quando le perdite erano state di 2,9 milioni. In particolare l’anno scorso è calato il fatturato del 13% pari a 19,5 milioni con i ricavi dalle vendite di copie a -10%, quelli dagli abbonamenti a -9% e dalla pubblicità a -23%. La diffusione di copie cartacee e digitali è intorno alle 103mila, secondo gli ultimi dati Ads di maggio. Per salvaguardare i conti la casa editrice ha compresso i costi, riducendo per esempio quelli di tiratura, di stampa e distribuzione. Anche il costo del personale è sceso, perlopiù grazie al regime di solidarietà tra i giornalisti che ha abbassato i loro stipendi ed è stato rinnovato nel 2014 per altri due anni (comprendendo pure le retribuzioni del direttore Belpietro e dei vicedirettori). Ma alla fine dell’anno scorso l’ebit è peggiorato lo stesso passando in negativo dai 4,5 mila euro del 2012 a -3,8 milioni di euro e, nella relazione di gestione allegata al bilancio 2013, gli amministratori precisano che “gli interventi sopraindicati, in presenza di una riduzione sistematica e continua dei ricavi, non sono ancora sufficienti a raggiungere nel breve termine un riequilibrio economico della gestione”. Presa d’atto che ha portato, da fine marzo scorso, ad aumentare il prezzo del giornale a 1,3 euro.

A proposito del futuro di Libero, una delle ipotesi è sviluppare sinergie o addirittura arrivare a una fusione con il Giornale di proprietà di Paolo Berlusconi. Un po’ sulla falsariga di quella attesa e mai realizzata finora tra Corriere della Sera e la Stampa. Ma anche al quotidiano diretto da Alessandro Sallusti non tira una buona aria e la prima poltrona a traballare sembra proprio quella del direttore. Gli amministratori di Libero puntano in ogni caso a riportare in equilibrio i conti nel giro di un paio d’anni.