“La situazione dell’economia è meno favorevole. Serve uno sforzo per sostenere la crescita in un contesto di consolidamento delle finanze”. A dirlo è stato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, uscendo dall’incontro con l’omologo francese Michel Satin. Parole, quelle dell’ex capo economista e direttore esecutivo per l’Italia del Fondo monetario internazionale, che suonano come una sponda a distanza all’ex “collega” e attuale commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Il quale mercoledì sera dal suo blog ha criticato la tendenza del Parlamento ad autorizzare nuove spese “indicando come coperture future operazioni di revisione della spesa”. E lanciato di conseguenza un allarme sul rischio che non resti nulla per finanziare il taglio delle tasse sul lavoro, “condizione essenziale per una ripresa dell’occupazione in Italia”. Insomma: gli “uomini del Fmi” chiamati – Cottarelli da Enrico Letta, Padoan da Matteo Renzi – a fare la guardia ai conti pubblici sono d’accordo. La strada è strettissima. Il Paese non cresce, come solo una settimana fa ha certificato proprio il Fondo. E senza un vero impegno a tenere in carreggiata le uscite e al tempo stesso trovare le risorse per tagliare la pressione fiscale, stimolando così la ripresa del Pil, non se ne esce. A domande dirette sulle critiche di Cottarelli e sulle sue presunte prossime dimissioni Padoan non ha comunque voluto rispondere: “Non c’entra con questo evento”, ha dribblato i giornalisti. “Lo dico anche per rispetto a lui. Non mi pare la sede per rispondere”. A smorzare l’eco del “caso” ha provato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, secondo il quale “Non c’è nessun caso Cottarelli”.

Già nella serata di martedì, d’altronde, fonti del ministero dell’Economia citate dall’Ansa hanno bollato come “strumentali” i “tentativi di fare apparire le parole di Cottarelli come una polemica nei confronti del governo anziché nei confronti di alcune prassi parlamentari”. Anzi, “l’intervento di Cottarelli è stato utile per ribadire le posizioni” di Tesoro e governo rispetto all’atteggiamento da avere nei confronti della revisione della spesa, “che deve servire soprattutto a compensare una riduzione delle tasse e a migliorare l’efficienza dei servizi pubblici”. Come dire che il vero contrasto, se si vuole individuarlo, è tra l’esecutivo e una parte del Parlamento. Il che non stupisce, visto il caos che sta andando in scena in Senato sulle riforme, tra “canguri” e risse sfiorate.