In un Paese in cui non ci sono soldi, personale, volontà per restaurare quasi nulla di tutto ciò che di importante ci cade quotidianamente sulla testa è incredibile che la Soprintendenza ai beni architettonici di Roma avverta l’improcrastinabile necessità di restaurare il Teatro Valle. Lunedì 28 abbiamo consegnato a Marino Sinibaldi (incaricato, dal Comune, in quanto presidente del Teatro di Roma, di trattare con la Fondazione Valle Bene Comune) una lettera (firmata da Paolo Berdini, Massimo Bray, Paolo Maddalena, Ugo Mattei, Salvatore Settis e da chi scrive) chiedendo di «conoscere esattamente la natura di questi lavori: e cioè la loro entità, lo stadio della loro progettazione, l’identità dei responsabili, la disponibilità dei finanziamenti, il calendario con cui si svolgeranno».

Su nessuno di questi punti è arrivata una risposta: ma in compenso è arrivata l’intimazione del Comune ad uscire dal Valle entro oggi. Con le mani in alto, verrebbe da aggiungere. Una resa senza condizioni. Insomma: la tutela del patrimonio culturale subisce l’ennesima onta, quella di venire strumentalizzata per far finire un’esperienza preziosa. E c’è da scommettere che il teatro verrà chiuso, poi si cercheranno i fondi, poi si farà un progetto. E solo tra tre o quattro anni si riparlerà di riaprire il Valle. Se va bene.

Intendiamoci: la disponibilità di Sinibaldi ha finalmente portato nella sorda gestione della vicenda attuata dal Comune di Roma una vera sensibilità culturale e politica. Il documento presentato da Sinibaldi dà atto alla comunità del Valle di una straordinaria vittoria politica: «Il Teatro di Roma opererà affinché sia raccolta e valorizzata l’esperienza culturale di questi anni. Ciò potrà compiersi attraverso un coinvolgimento della Fondazione nelle attività teatrali, nell’ottica della creazione di un modello di Teatro Partecipato dalle associazioni e dagli artisti attivi nella città di Roma. La Fondazione Teatro Valle Bene Comune potrà inoltre collaborare con proprie proposte ai progetti elaborati dal Teatro di Roma (in particolare il progetto “Teatro dei diritti”), all’ideazione di iniziative volte all’allargamento del pubblico e alla formazione degli artisti e dei lavoratori teatrali». Se il Valle non è diventato un centro commerciale o un teatro privato, insomma, è merito di chi ha occupato: alla faccia di chi per tre anni ha linciato mediaticamente gli occupanti e i loro sostenitori. Soltanto ieri il «Foglio» – intervistando un Dario Franceschini prostrato a tappetino di fronte a Matteo Renzi – ha parlato per l’ennesima volta di «occupazione illegale travestita da operazione culturale». Ecco, il documento del Comune consegna questo tipo di giudizi a un estremismo di destra rabbioso, e senza uno straccio di idea.

E dunque? Perché non accettare che il pretesto dei fantasmatici lavori della Soprintendenza lasci depositare la polvere per qualche anno, per poi lavorare tutti insieme al teatro partecipato immaginato da Sinibaldi? Il perché lo ha spiegato martedì Christian Raimo in uno dei testi più belli e lucidi scritti in questi tre anni: «La lotta degli occupanti e della Fondazione Valle Bene Comune (5600 soci, mica pochi) è stata di due tipi: una battaglia di resistenza e una battaglia di proposta. Quella di resistenza è chiara a tutti – non fate che questo posto venga lasciato al degrado, alla insignificanza, alla privatizzazione, alla disperazione che nutre chiunque oggi abbia deciso di fare cultura in Italia. Ma l’imprudenza che veniva rivendicata è stata anche un’altra: si è voluto pensare, provandolo a praticare prima di tutto e poi stilando dispositivi giuridici ad hoc, un diverso modello di governo della cosa pubblica.

È possibile una gestione senza un cda? È possibile dare cariche turnarie a chi deve amministrare? E, domande ancora più scabrose: è possibile contrastare il governo insensato della Siae? È possibile livellare gli stipendi dei vari lavoratori? È possibile rendere popolari i prezzi dei biglietti? Su questi punti qui non c’è stato riconoscimento ieri. Questi sono i motivi principali per cui il teatro ha continuato a essere occupato in questi tre anni. Il Valle è stato un modello di educazione politica, studiato, promosso, premiato anche all’estero.

“…Questo è il senso di quello striscione che campeggia ora davanti al teatro, ora in platea, ora in galleria, dal giugno del 2011, ‘Com’è triste la prudenza’. La frase è del drammaturgo Rafael Spregelburd, e la sfida era simile: una battaglia di una nuova classe – quella degli artisti, dei lavoratori della cultura – nel trasformare un desiderio artistico in un modo diverso di vedere il mondo. La sensibilità di una narrazione del contemporaneo che si lancia a immaginare nuovi modelli gestionali… Si tratta di capire non cosa accadrà al Valle, ma cosa accadrà a noi”.

Ecco. Non avrei saputo dirlo meglio di così.

L’occupazione del Valle non è solo contro la privatizzazione, ma contro un’amministrazione pubblica che di fatto nega il bene comune e contraddice il progetto della Costituzione.

Com’è triste una sinistra che non ha più voglia di cambiare il mondo, a cosa serve una sinistra che nemmeno sa più che un altro mondo è possibile?

 Foto @TeatroValleOccupato