Nel recente decreto legge con cui il governo ha previsto un risarcimento per i detenuti che avevano subito trattamenti inumani e degradanti secondo la Corte Europea dei Diritti Umani – un risarcimento non dettato dal buonismo né dai sensi di colpa né dal desiderio di dare soldi ai criminali, come le tante polemiche dei giorni scorsi schiamazzano di qua e di là, bensì imposto dagli organismi internazionali e conseguenza solamente di quelle politiche da tolleranza zero che si sono rivelate inutili a garantire sicurezza e sono servite soltanto a vincere campagne elettorali disoneste – c’è una piccola norma che avrà grandi effetti su alcuni ragazzi che vivono nel nostro Paese.

La norma prevede che le carceri minorili possano ospitare giovani fino ai 25 anni di età, e non più fino ai 21. Chi ha commesso un reato quando era minorenne, allo scadere dei 21 anni non deve più trasferirsi in una prigione per adulti. Il sistema della giustizia minorile, pur con i suoi problemi, costituisce una tradizione importante in Italia. Il codice di procedura penale minorile entrato in vigore nel lontano 1988 prevede una serie di possibilità alternative al carcere per quei ragazzi che hanno commesso un reato tra i 14 anni, al di sotto dei quali non si è imputabili e rispondono per loro i genitori, e i 18, al di sopra dei quali si risponde alla giustizia per gli adulti. Il carcere rimane come opzione estrema. L’idea che c’è dietro al sistema è quella di dare fiducia ai ragazzi, di considerarli come personalità in formazione alla cui educazione tutta la società deve contribuire, di non inchiodarli a un singolo errore cercando invece di recuperarli a una vita sociale non delinquenziale.

Ho incrociato nelle scorse settimane un libro che di questa fiducia data ai ragazzi e di questa dedizione alla loro educazione racconta in prima persona. Il libro si chiama “Il maestro dentro. Trent’anni tra i banchi di un carcere minorile” ed è scritto da Mario Tagliani (Add Editore), arrivato quasi per caso a fare il maestro al Ferrante Aporti di Torino e impegnatosi in questo lavoro con un coinvolgimento e con una passione che fanno onore alla nostra bistrattata categoria degli insegnanti. Mario Tagliani è maestro dentro: dentro le mura di un carcere e dentro il suo animo. Le storie dei ragazzi incrociati nelle sue classi, trent’anni di vita nell’istituto, le riflessioni generali sul sistema che scaturiscono da queste esperienze concrete. Un libro ricco di storia – quella piccola, che ci riguarda da vicino quanto la grande – e ricco di vita.

Credo che Mario Tagliani saprà valutare appieno l’importanza di questa normettina inserita nel decreto governativo. Perdere un ragazzo al compimento dei suoi 21 anni, sottrarlo al percorso educativo e formativo intrapreso, scaraventarlo in una realtà adulta per affrontare la quale due decenni di età ancora non bastano portava a una perdita dolorosa per un maestro dentro. Siamo contenti di questa piccola e grande riforma.