A considerare con un po’ d’attenzione i contenuti della riforma costituzionale (del metodo ho discusso su queste colonne il 24 luglio) salta agli occhi che l’argomento principale è che l’attuale sistema bicamerale rende difficile approvare leggi. È una bugia bella e buona. Il governo Letta, rimasto in carica dal 28 aprile 2013 fino al 22 febbraio 2014 per un totale di 300 giorni, ovvero 9 mesi e 25 giorni, ha approvato 35 leggi di cui 25 Decreti legge (Dl, ndr), quattro Disegni di legge (Ddl, ndr), sei Disegni di legge di ratifica. Il governo Monti, rimasto in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, per un totale di 529 giorni, ovvero un anno cinque mesi e 12 giorni, ha approvato 92 leggi, di cui 37 Dl, 23Ddl, 32 Ddl di ratifica.

Il Governo Berlusconi IV, rimasto in carica dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011, per un totale di 1287 giorni, ovvero tre anni sei mesi e otto giorni, risultando il secondo governo più longevo della Repubblica Italiana, ha approvato 230 leggi, di cui: 77 Dl, 49 Ddl, 1 Ddl costituzionale, 103 Ddl di ratifica. Grosso modo gli ultimi tre governi sono stati in grado di approvare una legge ogni 10 giorni (considerando tutti i 365 giorni dell’anno). E sarebbero poche? Non discuto qui della qualità delle leggi. Il mio argomento è, semplicemente, che anche con il sistema vigente i nostri legislatori possono legiferare.

Il secondo argomento è che con una sola camera legislativa si potrebbe procedere a passo più spedito. Sciocchezza che non sta né in cielo né in terra. La democrazia esige passo fermo ma lento. È l’autocrate, che dà vita a leggi con il semplice fiat della sua volontà sovrana perché non ha bisogno di consultare, ascoltare, deliberare.  Di più: tranne che in circostanze eccezionali quando s’impongono procedure spedite, ma sempre definite dalla Costituzione, la democrazia vive di lunghe, approfondite e serie discussioni. E davvero non riesco a intendere, sia lecito un argomento ad personam come un uomo di specchiata probità e profonda dottrina come l’onorevole Franco Cassano, che nei suoi scritti sul Pensiero meridiano ha svolto un lucido elogio della lentezza, non insorga contro un progetto di riforma che s’ispira a una infatuazione per la rapidità che sembra tratto dai più folli deliri futuristi.

Da queste considerazioni non discende affatto che non sia lecito o non sia utile rivedere funzioni e prerogative del Senato. Discende soltanto che la riforma proposta da Renzi e sostenuta da Berlusconi e Napolitano è dissennata. Riforma saggia sarebbe invece riportare il bicameralismo al suo principio originario, e al suo ufficio proprio che è quello di limitare il più possibile la possibilità di pessime leggi. Quattro occhi vedono meglio di due, recita l’adagio; due Camere possono sbagliare meno di una sola. Privarsi del doppio esame delle leggi vuol dire fidarsi troppo della saggezza e competenza dei legislatori.

Nel pensiero politico repubblicano il Senato o Camera alta risponde all’esigenza sacrosanta di avere un’istituzione dove siedono i cittadini più saggi, più esperti, più reputati. Nell’esperienza storica le camere alte sono state spesso luoghi riservati ai nobili, ai ricchi ai privilegiati. Ma in una repubblica democratica, come la nostra, il Senato deve essere esclusivamente seconda camera riservata a cittadini che si distinguono per saggezza e probità e offra una seconda o prima meditata valutazione delle proposte di legge. E allora stabilite che possano diventare senatori soltanto cittadini che abbiano compiuto il 50imo anno d’età e che può votare per il Senato solo chi ha compiuto 40 anni. E stabilite pure che si vota per il Senato in tempi diversi rispetto alle elezioni per la Camera. Riformare, ricordo, vuol dire ritornare alla forma propria, non devastare.

Quanto al proposito di assegnare un bel premio che assicuri al presidente del Consiglio un’ampia maggioranza parlamentare che gli permetta di continuare con maggiore determinazione la pratica di infischiarsene delle minoranze, ognun vede che questa bella idea va contro un ovvio principio di saggezza politica. Vale a dire è che i parlamenti sono luogo del compromesso. Un presidente del Consiglio che non ha bisogno di cercare compromessi, è stimolato a fare da solo. Ma chi fa da solo, in politica, è più probabile che faccia male, piuttosto che bene.

Gli sbarramenti elettorali servono allo scopo di precludere l’accesso a formazioni estreme, che di solito non raggiungono molti consensi. Ma se sono troppo alti creano un parlamento che non rappresenta adeguatamente le diverse componenti della società. Cittadini che non si sentono rappresentati diventano o apatici o cercano di fare sentire la loro voce per vie extraparlamentari, due mali seri per la stabilità della Repubblica. Su un punto i riformatori hanno ragione: noi critici siamo gufi. Temo tuttavia che ignorino che noi gufi vediamo anche di notte quando gli altri sono ciechi, e le nostre sorelline civette sono sempre state simbolo della saggezza. Complimento più encomiastico non potevano rivolgercelo. Ringrazio anche a nome degli altri gufi, e cercheremo di essere all’altezza. Faremo il possibile per aiutare anche molti nostri concittadini a vedere in questa ormai troppo lunga notte della Repubblica.

Da Il Fatto Quotidiano del 30 luglio 2014