Dare del “fascista” o del “razzista” a un politico non è reato, anche perché in Parlamento si sente di peggio. “Oggi i toni aspri e le espressioni anche ingiuriose sono diventati linguaggio comune della politica anche parlamentare. Il fatto non costituisce reato”. Lo sostiene il giudice Giorgio Ferrari della IV sezione penale di Torino nelle motivazioni della sentenza con cui il 23 giugno scorso ha assolto tre antagonisti del centro sociale occupato “Gabrio” dai reati di ingiurie e minacce nei confronti dell’eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio

Il 19 febbraio 2011 i tre imputati (difesi dagli avvocati Marco Melano e Gianluca Vitale) e altri compagni del “Gabrio” erano andati a disturbare i militanti del Carroccio, che stavano raccogliendo le firme contro le moschee al loro gazebo in un mercato rionale di Torino, a Borgo San Paolo, zona popolare tradizionalmente “rossa”. Gli antagonisti hanno preso di mira, con cori e insulti, i militanti della Lega e alcuni politici, tra i quali c’era l’eurodeputato noto per le sue posizioni xenofobe e populiste. Stando alla denuncia presentata dallo stesso Borghezio ai carabinieri, gli imputati avrebbero detto “fascista, leghisti di merda, Borghezio assassino, razzista”, ma anche frasi più minacciose come “sappiamo dove abiti, ti veniamo a prendere a casa, questa è una zona rossa, non permetteremo mai che la Lega o i fascisti vengano qui a parlare”.

Tuttavia, nel corso del processo, i ricordi erano ormai vaghi. “L’onorevole Borghezio non ricorda bene i fatti per un processo di rimozione – annota il giudice – ma conferma ‘con molta certezza’ quanto riportato nella querela senza peraltro identificare alcuni degli imputati”. Altri militanti della Lega chiamati a testimoniare hanno confermato le frasi, ma non hanno saputo identificare chi le avesse pronunciate, mentre gli agenti della Digos in servizio hanno ricordato di aver sentito solo alcuni insulti rivolti a Borghezio, come “porco fascista”, ma nessuna minaccia. “Erano soltanto epiteti”, ha dichiarato uno. “Solo insulti e ingiurie”, ha aggiunto un altro. Una consigliera di circoscrizione del Movimento 5 Stelle ha invece affermato che “la contestazione più forte era quella dei passanti anche loro indignati dalla presenza di questi signori”.

Una sola la certezza per il giudice: i tre imputati hanno detto “razzista” e “fascista”. Non si sa se abbiano detto “merda”. Di certo non hanno rivolto quelle minacce che “non hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni degli operanti e dei testi”. Da qui sono nate le considerazioni del magistrato, il quale ritiene che “i termini ‘fascista’ e ‘razzista’ non abbiano alcuna valenza offensiva se pronunciati in una manifestazione politica”. Si spinge oltre: “Se anche si volesse comunque dare una offensività intrinseca ai due termini – aggiunge – si pone il problema della liceità in un contesto di critica politica di una manifestazione tra partiti o movimenti ideologicamente antagonisti”, soprattutto considerando che “oggi i toni aspri e le espressioni anche ingiuriose sono diventati linguaggio comune della politica, anche parlamentare”. Secondo il giudice Ferrari rientra tutto nel diritto di critica, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 51 del codice penale, perché le espressioni sono state “usate in un contesto politico e profferite all’indirizzo di un esponente politico per le idee professate e non per ostilità e malanimo personale”.