Quelli che da anni invocano il ritorno della “politica industriale” devono osservare bene il caso Alitalia e il ruolo delle Poste, con l’amministratore delegato Francesco Caio che si muove con la piena copertura politica del premier Matteo Renzi.

Caio si è insediato a maggio dopo che il suo predecessore Massimo Sarmi aveva buttato 75 milioni in un aumento di capitale senza speranza di Alitalia. Caio è disposto a spenderne ancora, nell’operazione di fusione con Etihad, ma non a fondo perduto. Le Poste sono pronte a investire fino a 65 milioni di euro. Ma non nell’attuale azienda decotta, soltanto in quella nascente con gli arabi. Se non direttamente nella “newco” Alitalia-Etihad, almeno in una “midco”, cioè in una scatola societaria in cui ci saranno Poste e banche creditrici-azioniste. La scatola avrà il 51 per cento della nuova compagnia e Caio pretende qualche posto nel Consiglio di amministrazione. Caio non si sta muovendo come un burocrate del parastato, anche se dallo Stato e non dal mercato trae la sua forza: proprio ieri l’Agcom ha quantificato in in 380,6 milioni e 327,3 milioni quanto lo Stato deve alle Poste per il “servizio universale” (quello non remunerativo) per gli anni 2011 e 2012. Con questa solidità finanziaria finalmente certa, il manager può comportarsi un po’ da investitore industriale un po’ da fondo di private equity: mentre Sarmi motivava l’investimento in Alitalia con improbabili sinergie con la minuscola compagnia aerea postale (la Mistral, fondata da Bud Spencer), Caio è più ardito. I voli Alitalia possono servire per scardinare il monopolio dei privati dal settore dei corrieri. E visto che le Poste sono soprattutto un gruppo finanziario, possono vendere per esempio assicurazioni abbinate ai biglietti (acquistabili negli uffici postali). Progetti fattibili solo se le Poste entrano nella parte buona dell’azienda, come braccio industriale del governo, invece che limitarsi a fare da cuscinetto per ammortizzare i danni che – giustamente – devono pagare i soci privati della Cai.

Anche perché è meglio tenersi lontani chilometri dall’attuale Alitalia (bad company di fatto): il capo di Etihad, James Hogan, ha mandato ieri una lettera per contestare i conti. L’aumento di capitale da 250 milioni non basta, ne servono almeno altri 90-100 o l’azienda non avrà neppure la liquidità necessaria ad affrontare la fusione. I soci, cioè soprattutto le banche (Unicredit e Intesa), devono spendere ancora prima che parta il salvataggio, questa è la priorità da affrontare, più che il ruolo di Poste che per Etihad non è problematico.

Il buco della società che ha appena chiuso il 2013 in rosso di 569 milioni diventa sempre più una voragine. La nuova scadenza fissata da Hogan è il 31 luglio, cioè domani. Caio e il governo hanno le idee chiare, vediamo se i “capitani” (e i banchieri) saranno davvero coraggiosi.

il Fatto Quotidiano, 30 Luglio 2014