La stangata da 50 miliardi di dollari da pagare agli ex azionisti della compagnia petrolifera Yukos non poteva arrivare in un momento peggiore per la Russia. Se Mosca si rifiuterà di rispettare la decisione della Corte arbitrale permanente dell’Aja resa nota il 28 luglio e non risarcirà Group Menatep Limited (Gml), l’azionista di maggioranza di Yukos, entro il 15 gennaio del 2015, vedrà i suoi beni all’estero non coperti dall’immunità a rischio di sequestro. E la tegola arriva proprio in un momento in cui la Russia è già indebolita, con diversi politici e compagnie colpiti dalle sanzioni per la crisi in Ucraina e il leader del Cremlino criticato e isolato sulla scena internazionale come mai prima. La sentenza di cui si è saputo lunedì, che riconosce un maxi risarcimento a Leonid Nevzlin, residente ora in Israele, e altri ex vertici di Yukos i cui interessi sono rappresentati dal Gml, è stata tra l’altro emanata dieci giorni prima. Il 18 luglio, cioè il giorno dopo il tragico abbattimento del volo MH17 che ha causato la morte di 298 persone.

Per il presidente russo Vladimir Putin e il suo cerchio magico, sostiene il politologo Stanislav Belkovskij, la situazione in Ucraina e la decisione della Corte arbitrale dell’Aja fanno parte dello stesso scenario. E Mosca, secondo il suo parere, può girare a proprio favore il risarcimento che colpirà le tasche di contribuenti russi, incanalando la loro ira contro l’Occidente. La decisione degli esperti internazionali non solo colpisce pesantemente l’economia della Russia – l’importo della compensazione ammonta al 2,5% del Pil russo previsto dal ministero dello Sviluppo economico per il 2014 – ma getta anche nuove ombre sulla vicenda dell’arresto dell’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij nel 2003 per le accuse di evasione fiscale contestate alla sua compagnia. E sul successivo smantellamento di Yukos, che all’epoca era leader del settore petrolifero sul mercato russo.

Lo stesso Khodorkovskij, graziato da Putin nel dicembre del 2013 dopo più di dieci anni passati in carcere, ha parlato dopo il verdetto del primo “processo indipendente” sul caso di Yukos, “un furto non mascherato di una compagnia di successo da parte di una mafia parastatale”. L’oligarca però non è tra i beneficiari della sentenza, in quando la sua quota di Yukos del 52% era stata venduta nel 2005 al Gml. Secondo la Corte, l’ex colosso petrolifero russo non era impeccabile dal punto di vista fiscale, ma quelle debolezze, sottolinea il verdetto, erano state usate per “lanciare un attacco a tutto campo contro Yukos e i suo beneficiari con lo scopo di far fallire la compagnia e riappropriarsi dei suoi asset, nonché togliere dalla scena politica Khodorkovskij”. La Corte ha successivamente messo in risalto che Yukos non era l’unica compagnia a cercare di approfittare delle agevolazioni fiscali in vigore nella Russia tra gli anni ‘90 e i 2000 che stimolavano investimenti nelle regioni con tassazione bassa.

Per riaffermare la tesi del complotto contro Yukos, i giudici si sono soffermati sulla vendita del suo asset più prezioso, Yuganskneftegaz. Secondo gli esperti, l’asta tenuta nel 2004 è stata falsata. Il suo obiettivo, stando al verdetto, è stato che l’azienda finisse nelle mani di Rosneft, la compagnia statale petrolifera russa. La società vicina al Cremlino Surgutneftegaz ha acquistato la società tramite un’azienda fantasma, Baikal Finance Group (con sede legale in una fiaschetteria di una città di provincia), per poi rivenderla a Rosneft per 9,3 miliardi di dollari – contro una valutazione di 55,78 miliardi emersa dalla successiva Ipo – perché non si è vista riconfermare il prestito dall’estero e non voleva perdere il deposito di 1,77 miliardi di dollari già versato. Secondo la Corte, il ruolo di Surgutneftegaz è stato in realtà quello di distogliere i sospetti da Rosneft che voleva mettere le mani su Yuaganskneftegaz. Che attualmente ne garantisce un terzo della produzione.

Secondo il giornale Kommersant, gli ex azionisti di Yukos non escludono di procedere per vie legali contro Rosneft e i suoi azionisti (compresa la British Petroleum) nel caso la Russia non rispettasse la sentenza della Corte arbitrale dell’Aja. Se Mosca rifiutasse di pagare il risarcimento, alcuni esperti non escludono il sequestro di attività che fanno capo alle compagnie statali russe. Brutte notizie non solo per l’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin, ma anche per i sui partner italiani. Con l’accordo di maggio scorso il colosso russo è entrato con una quota del 50% in Camfin, la holding che controlla il 26,9% di Pirelli. Mentre è di qualche settimana fa la notizia dell’ingresso di Sechin, insieme ad altri componenti dei vertici di Rosneft, nel consiglio di amministrazione della società guidata da Marco Tronchetti Provera. Quest’ultimo, secondo un’inchiesta del settimanale Espresso, si è aggiudicato pure una consulenza di 20 milioni di euro da parte della famiglia Moratti per aiutarla nelle trattative sull’ingresso di Rosneft nel gruppo Saras, di cui il colosso russo aveva rilevato il 20,99% nell’aprile del 2013.