“Ecco spuntare foglie, dove nessuna si era vista prima; spade di narcisi e di giunchiglie appaiono dal nulla in una notte e la mattina ci sono. E cosi l’iris, che era affondato nella terra in un fradicio ammasso di tristezza alza le sue lance di verde vivido. E questi sono indizi primaverili, di quella primavera ingannevole che arriva a febbraio per stupire e, contro ogni ragione, indurre i nostri cuori a credere.”

E “Contro ragione credere ancora” è stato il titolo del progetto di laboratorio teatrale in carcere che si è concluso da pochi giorni a Verona con uno “studio” finale proposto agli altri detenuti.

Le parole di Vita Sackville-West – interpretate da Sandra, Rossana, Anna Maria, Antonio, Prospero, Dafani, Rodrigo, Gabriel, Fechtali, Diego, Cristian, Walter, Demetrio e Roberto – hanno chiuso un’esperienza potente dove la detenzione, nella sua irriducibilità iscritta nei corpi e negli spazi di vita, ha dispiegato altri livelli d’esistenza, inventato correlazioni, sostanziato parole e gesti che hanno svelato preziose differenze di essenza. Biografie sottratte, almeno un poco, al monopolio identitario del reato, della pena e dello stigma sociale. 

Una lingua poetica inventa nuovi nessi, le narrazioni elaborate dalle ‘visioni’ che giungono dalla letteratura si sottopongono alla pratica prova della cruda realtà della prigione e del suo apparato disciplinare: le metamorfosi e le alchimie espressive che ne nascono permettono alla vita di affacciarsi su parti di sé finalmente discontinue, generative, liberanti “narcisi e giunchiglie che appaiono dal nulla”.

Non è una questione d’estetica, di messe in scena più o meno belle, ma di legami culturali ed emancipazione: è porre l’attenzione e la pratica che ne consegue su tutto quello che in un essere umano va oltre la sua condizione contingente.

La resistenza creativa, per quel che mi riguarda, consta in questo: pensare un po’ come contribuire nel concreto affinché, per esempio, una prigione diventi un luogo di cultura e come un suo ospite ne possa diventare fruitore attivo e partecipe. E così vale per l’istituto di riabilitazione psico-sociale (gli ex manicomi che in trasparenza ancora troppo hanno del manicomio) e le periferie grigie dell’Italia prive di opportunità.

Le chiavi e i cancelli blindati a doppia mandata continueranno a svolgere la loro funzione di contenimento ma porsi la questione di come la cultura, nelle sue molteplici articolazioni pratiche, possa e debba essere il deterrente più efficace è un compito a cui uno Stato non deve sottrarsi: fatto ciò, poi ad ognuno la sua scelta. 

Che l’Italia abbia periferie dove i luoghi di cultura prevalenti sono i bar, i giochi elettronici d’azzardo e poco o nulla d’altro in un ingorgo di oggetti del desiderio compulsivi, mi pare  un dato di fatto e non è così difficile guardarsi intorno se si vuol vedere.

Per non parlare di quella maledetta visione del calcio il cui continuo chiacchiericcio risponde ai modelli più insulsi e commerciali, veicolati da media e ‘giornalisti’ senza scrupoli e dal linguaggio furbo e sottilmente da guerriglia, che a scaldar gli animi si fa audience. Sono poi pronti, loro, a farci la morale quando ci scappa la rissa, il danneggiamento o perfino il morto e altrettanto pronti ad acchiappare ragazzini e i troppi adulti che ancora non distinguono la vita da una partita di calcio tra milionari. Sempre disinvolti e abbronzati, a parlar di niente per ore in mezzo ad un mare di spot e sponsor.

Insomma, il discorso è lungo ma se si vuol negare che tutto ciò è un’attività di propedeutica alla marginalità e alla delinquenza si continui a farlo, di frutti già se ne sono raccolti ma in galera ormai c’è poco posto.

Se fin da bambini si ha avuto la sfortuna o semplicemente il destino di vivere in quartieri o famiglie deprivate da una visione scriteriata del vivere insieme, sedate da forme di assistenzialismo pelose e caritatevoli e da decenni di tivù commerciale generalista; se la politica del territorio è incapace di contrastare le cause della miseria culturale di cui il sistema della “gadgetizzazione della vita” (G. Lipovetsky) si alimenta e ha invece tutto l’interesse a mantenere ignoranza, ebbene, là, in carcere, dove spesso lo scarto di questo umano prodotto converge, s’incontrano certo molti delinquenti ma anche non poche vittime. Chi sbaglia paga, ma se qualche amministratore pubblico, se qualche furbetto della comunicazione, non ha ancora compreso l’importanza di creare luoghi materiali e immateriali di crescita umana, individuale e sociale (un teatro, un cinema, circoli culturali, un linguaggio ecc. di qualità) e non si accorge della pericolosa desolazione a cui porta il vuoto culturale e simbolico, ebbene allora quello è un amministratore vergognoso e pericoloso, complice e colpevole.