Via dell’Archeologia è un lungo viale di Roma est. Tor Bella Monaca è sull’altro lato della strada omonima. Ma di qua c’è il celebre serpentone, il palazzo per 1.200 alloggi progettato da Pietro Barucci e realizzato all’inizio degli anni Ottanta. Il famigerato “R5”. Il vero simbolo di Tor Bella Monaca. Ma c’è anche Torre Angela, un lembo del VI Municipio. Un pezzo di città, a nord della via Casilina ben oltre il Gra, nel quale dal reticolo ortogonale degli isolati perimetrati dalla viabilità si alzano palazzi-alveari. Torri a quattordici piani che avrebbero dovuto fornire alloggio ad una comunità rimasta slegata. Sostanzialmente indefinita. Come il piano urbanistico.

Una ex borgata amministrativamente annessa alla città, ma nella sostanza rimasta avulsa da essa. Gli ex lotti sui quali nel secondo dopoguerra si sviluppò un programma urbanistico abusivo, sanato dal condono edilizio del 1985, trasformati in un quartiere. Molto popoloso e con una presenza di immigrati più che consistente. Di più. Con le polarità esistenti tutte all’esterno e le aree vuote sistematicamente poste all’intersezione dei percorsi, come ha evidenziato anche una ricerca svolta presso la cattedra del corso di studio in Architettura dell’Università degli Studi di Parma. Un quartiere nel quale almeno la quota di verde è assicurata da alcuni parchi, a partire da quello delimitato da via Francesco Londonio e via Antonietta Biscarra. Un’ampia area a prato per così dire spontaneo nella quale sono anche alcuni alberi di pino domestico. Non ci sono panchine per sedersi. Non ci sono giochi per bambini. Luogo di passeggiata per cani, piuttosto che per Persone. Al centro, circondati da alcuni alberi di pioppo e da una staccionata di legno, c’erano anche i resti di una villa romana.  Strutture in opera reticolata con cinture in laterizio e fasi successive non molto estese ma di grande importanza. Come spesso accade mancanti di qualsiasi tipo di manutenzione e per questo motivo degradate. In condizioni di conservazione più che precarie. Peraltro quasi ignote, essendo prive di qualsiasi supporto illustrativo che ne segnalasse quanto meno la presenza. Così fino allo scorso maggio, quando cumuli di terra scaricati alcune settimana prima dai camion di “Roma Capitale” hanno ricoperto tutto. Nonostante le proteste di tanti cittadini e l’interessamento del locale gruppo consiliare del M5S.

Cancellato uno dei potenziali elementi distintivi di un quartiere nel quale le criticità si rincorrono. Senza mai incontrarsi. Criticità alle quali non avrebbe ovviato il progetto di abbattimento e ricostruzione sostenuto dall’ex sindaco Alemanno. Come non sembra comunque poter ovviare neppure alcuno degli interventi programmati dal Piano di Recupero Urbano, previsti per Tor Bella Monaca. Forse perché non si tratta soltanto di riammagliare il tessuto di un quadrante in sofferenza. Oppure di aggiungere nuove viabilità e finalmente luoghi di aggregazione. Operazioni che in ogni caso dipenderanno dalle scelte urbanistiche di più ampio respiro che verranno fatte. Dalla volontà di tramutare quelle scelte in azioni concrete.

In un settore simbolo delle periferie romane, nel quale l’incompiutezza urbanistica è al contempo causa e ed effetto del disagio sociale, servirebbe annodare fili che forse mai sono stati uniti. Trovare luoghi di identificazione culturale. Attraverso il tramite della loro valorizzazione costruire un nuovo racconto. Sarebbe stato possibile tentare questo approccio con i resti scoperti e interrati una decina di anni fa tra via Amico Aspertini e via di Tor Bella Monaca. Ancora meglio, per dislocazione topografica, lo si sarebbe potuto sperimentare con le strutture romane visibili fino a poche settimane fa al centro del parco. Per questo la decisione di rinterrarli sembra essere stata un autogol da parte della Soprintendenza archeologica. Che non può trovare giustificazione neppure nel desiderio di strappare dall’abbandono e dalla rovina quei resti. Per assicurare loro una conservazione meno incerta bisogna tentare strade differenti dal consueto. Uscendo finalmente dalla duplice opzione che prevede troppo spesso la conservazione oppure la valorizzazione. Piuttosto puntando decisamente sul valore immateriale di quel complesso. Sul ruolo simbolico che avrebbe potuto acquisire. E che invece non potrà più avere.

Così il Patrimonio archeologico ha perso un pezzo. Abbandonando sostanzialmente il campo, come peraltro accaduto recentemente anche altrove. Ma soprattutto un pezzo importante della periferia romana – l’Assessore alla trasformazione urbana Caudo direbbe, una parte di un modello urbano decentrato -, una concreta possibilità di farsi davvero città.