Va bene, in fondo si tratta di calcio e non di altri problemi ben più gravi che affliggono la nostra nazione, però trattandosi dello sport nazionale per il quale la nostra predilezione collettiva fa sì che vedere la nazionale bistrattata ai Mondiali e la Germania vincerli ci faccia quasi più male dello spread e delle imposizioni rigorose della Merkel, un pochino di attenzione vale la pena di darla. Dopo la seconda eliminazione con ignominia ai Mondiali pensavamo di avere toccato il fondo ma non avevamo fatto i conti con Tavecchio, il 71enne (la rottamazione va forte solo in politica?) candidato alla presidenza della Federazione italiana Gioco Calcio il quale gode per questo dell’appoggio delle tre leghe, dilettanti, serie B e serie A, insomma un plebiscito.

Il suddetto, nel presentare la sua candidatura e i suoi programmi ha pensato bene di inserire un passaggio a dir poco allucinante dichiarando testualmente che: “L’Inghilterra rispetto a noi è un’altra cosa: individua dei soggetti che possono entrare in base alla loro professionalità. Da noi invece arriva «Opti Pobà», che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio”. Per spiegare che ci sono in Italia giocatori sopravvalutati rispetto alle proprie capacità ha pensato bene di esemplificare utilizzando un nome di fantasia la cui sonorità ricorda origini africane e abbinandolo a una dieta a base di banane; un “dalle stalle alle immeritate stelle” nel quale le stalle coincidono con il cibarsi di banane e le stelle la militanza immeritata in una squadra di serie A.

Personalmente evito le banane per cercare senza molto successo di combattere contro il metabolismo “risparmioso” degli anziani, ma i miei giovani figli ne vanno ghiotti e mi domando se per questo dovrebbero sentirsi inibiti a tentare di eccellere in una qualche disciplina, sia essa sportiva oppure culturale o professionale; spero non sia così e che saranno giudicati in base alle loro capacità.  Altrettanto dovrebbe essere per i calciatori e se in Inghilterra ciò avviene (a detta di Tavecchio) potrebbe essere perché la professionalità di dirigenti, presidenti di squadre, proprietari e talent scout è più elevata; di sicuro è più alto il livello di consapevolezza nel dare sfogo ai propri pensieri e nel reprimere le parole in libertà, se è vero come è vero che nessun candidato a una carica pubblica politica, sociale o sportiva si sognerebbe mai di esprimere in quel paese concetti come quelli di Tavecchio e che se qualcuno poco in sintonia con il sentire comune lo facesse verrebbe accompagnato alla porta e avrebbe chiuso con qualsiasi ambizione pubblica.

Vedremo cosa succederà nella nostra Italia; il rischio è che gli interessi di bottega che hanno portato tutti i presidenti delle squadre di serie A, con la eccezione di Roma e Juventus, a caldeggiare la candidatura di Tavecchio anziché altre che sembrano calcisticamente parlando più adeguate, la vincano sul buon senso; per il momento registriamo che nel nostro calcio il limite al peggio si sposta sempre più in basso e che la parodia della buccia di banana sulla quale si scivola con facilità ha trovato una conferma semantica.