“Se muoio stanotte donate tutti i miei organi a chi ne ha bisogno. Tranne il dito medio, quello datelo ai leader del mondo arabo”: è la frase che molti gazawi stanno condividendo in questi giorni su Facebook e Twitter. Una frase che condensa l’angoscia quotidiana di chi vive sotto le bombe e la rabbia di chi si sente abbandonato anche dai propri fratelli. Dall’inizio dell’operazione “Protective edge”, sono stati molteplici i tentativi avviati dalle diplomazie ufficiali per mettere attorno a un tavolo il governo israeliano da una parte, Hamas e tutto il governo palestinese dall’altra. Finora senza esito. Il segretario di stato americano John Kerry ci riprova, lanciando la proposta di un cessate il fuoco di una settimana durante il quale proseguire i colloqui al Cairo.

“Egitto non credibile come mediatore”. “L’Egitto come mediatore non è credibile – afferma a ilfattoquotidiano.it Stefano Torelli, ricercatore dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano –: resta l’unico paese arabo con la Giordania ad intrattenere relazioni diplomatiche con Israele e conserva un’egemonia culturale nel mondo arabo, ma rispetto alle crisi precedenti, quello in campo oggi è un altro Egitto. L’attuale presidente al-Sisi ha fatto della Fratellanza Musulmana il nemico numero uno e Hamas le è indissolubilmente legato. Al-Sisi è un mediatore accettato da Israele, ma non è ritenuto credibile dall’altra parte in causa. Prima dello scoppio della crisi, l’Egitto distruggeva i tunnel, rafforzava le linee di difesa sul Sinai e teneva spesso chiuso il valico di Rafah, mentre sotto Morsi quest’ultimo era aperto di frequente. La mia impressione – sintetizza – è che da solo l’Egitto non possa portare a una tregua”. 

Il ritorno in scena del Qatar. L’altro attore in gioco è il Qatar: qui risiede dal 2012 Khaled Meshaal, leader politico di Hamas, dopo che lo scoppio della guerra in Siria lo aveva costretto ad abbandonare Damasco. E proprio Doha è stata in queste settimane la seconda meta della diplomazia, dopo il Cairo. Dal Qatar è arrivata il 19 luglio una proposta per un cessate il fuoco, che accoglie quasi tutte le richieste di Hamas. Secondo il quotidiano The Times of Israel, il piano era stato presentato prima dell’avvio dell’operazione di terra dell’esercito israeliano dentro Gaza ed escludeva dalle trattative la mediazione del Cairo, mettendo in luce la frattura tra l’Egitto e paesi come Qatar e Turchia, che avevano fortemente appoggiato i Fratelli Musulmani contro al-Sisi.

Il giorno successivo, Abu Mazen è andato a Doha per parlare con Meshaal. E lo stesso giorno è arrivato anche Ban Ki-Moon, che ha incontrato il presidente palestinese e l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani. Il 22 luglio, l’emiro stesso si è stato in Arabia Saudita, per parlare della situazione a Gaza con re Abdullah: la prima visita da quando il regno saudita (con Bahrein e Stati Uniti) ha ritirato il proprio ambasciatore per protestare contro il sostegno di Doha ai Fratelli musulmani, inserita da Riad nei mesi scorsi nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. L’Arabia Saudita appoggia la diplomazia egiziana, il Qatar agisce da tramite per le richieste di Hamas: un incontro di cui non è trapelato l’esito.

Polemica tra Qatar e Emirati Arabi, Al Jazeera nel mirino. Gli Emirati Arabi Un altro retroscena minore, ma che la dice lunga sul clima tra i paesi arabi, è la feroce polemica scoppiata tra Qatar ed Emirati Arabi: Abu Dhabi ha accusato l’emittente qatariota al-Jazeera di diffondere notizie false, in merito alla pubblicazione il 19 luglio della notizia che il ministro degli esteri emiratino, Sheikh Abdullah bin Zayed al-Nahyan, avrebbe incontrato l’omologo israeliano Avigdor Lieberman per proporgli un aiuto economico “a condizione che Hamas fosse completamente eliminata”. Alcuni quotidiani di Abu Dhabi hanno anche denunciato una campagna su Twitter di cittadini qatarioti che accusano i membri della Mezzaluna rossa degli Emirati in missione a Gaza di essere in realtà “spie” per conto di Israele.

“Qatar più credibile dell’Egitto, ma etichettato di parte da Israele”. “Sono trascorsi diversi anni – spiega Stefano Torelli – da quando il Qatar giocava un ruolo di primo piano nella regione: fino alle primavere arabe, era riuscito a costruirsi un ruolo di mediatore delle crisi regionali, era stato risolutivo nella crisi istituzionale in Libano nel 2009, aveva già mediato tra Israele e Hamas in altri conflitti, aveva anche cominciato a stabilire relazioni informali con Israele. Ma negli ultimi due anni il Qatar ha subito quasi un isolamento diplomatico dagli altri paesi arabi, sempre in competizione con l’Arabia Saudita, come attore che potesse assurgere a paciere del Medio Oriente. Ora esiste una netta divisione con Arabia Saudita ed Egitto, che hanno dichiarato i Fratelli Musulmani un’organizzazione terroristica: il Qatar, che invece li sostiene, era stato accusato di far propaganda tramite Al Jazeera e si era arrivati a una spaccatura diplomatica. Negli ultimi due anni Doha si era ritirata dalla scena. La crisi di Gaza potrebbe offrirle una finestra per tornare a esercitare quel ruolo e ritengo che oggi sarebbe più credibile dell’Egitto di al-Sisi. Ma c’è un però: il Qatar è etichettato da Israele come di parte”.

A conferma di ciò, due giorni fa Shimon Peres ha detto a Ban Ki-moon che il Qatar non può essere associato agli sforzi per un cessate il fuoco a Gaza, proprio per il suo ruolo di finanziatore di Hamas. 

E gli altri stanno a guardare. Turchia: “Scelte propagandistiche”. Posizione simile è quella della Turchia, che ha compiuto la stessa parabola: negli anni Duemila si presentava come nuovo attore e mediatore regionale, ora appare piegata su di sé e sulle sue crisi interne. I buoni rapporti con Israele sono solo un ricordo, Erdogan ha lanciato nei giorni scorsi messaggi molto forti, dichiarando ad esempio tre giorni di lutto nazionale per i morti di Gaza o paragonando a Hitler la deputata israeliana ultranazionalista Ayelet Shaked (le cui dichiarazioni incitanti all’odio e alla distruzione dei palestinesi hanno fatto scalpore). Posizioni eclatanti, ma secondo Torelli “scelte propagandistiche e più che altro funzionali a scopi interni, dato che il 10 agosto ci sono le presidenziali”. Intanto, proprio il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha annullato un viaggio in Francia per correre a Doha a incontrare Khaled Meshaal.

La Lega Araba ha diffuso un solo comunicato. “Un discorso a parte merita la Siria, tra i pochi paesi che un tempo appoggiavano Hamas (tant’è che la sua leadership, prima che a Doha, si trovava a Damasco): oggi la guerra ha rovesciato le posizioni e il governo siriano combatte la Fratellanza Musulmana e Hamas”.  Dall’inizio della crisi, la Lega Araba ha diffuso un solo comunicato ufficiale, datato 9 luglio, in cui chiedeva al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di convocare urgentemente una riunione. Poi, più nulla.

“Gli altri paesi arabi – prosegue il ricercatore – non vanno oltre la retorica anti israeliana. Molti di loro sono formalmente in guerra e, Giordania a parte, non hanno mai riconosciuto Israele. I Paesi arabi usano la Palestina nelle loro dichiarazioni, ma nei fatti non muovono un dito e non si sono mai interessati a una soluzione della questione. Anzi: il Libano e la Giordania, che ospitano decine di migliaia di rifugiati palestinesi, li trattano come cittadini di serie B. Una doppia faccia che rimane funzionale allo scopo di avere un nemico da fronteggiare”. 

I finanziamenti a Hamas, ruolo controverso dell’Iran. Rimane la questione dei soldi e delle armi. “Posto che tutto è ufficioso e mai ufficiale, poiché non c’è nulla di tracciabile, è evidente che il Qatar gioca un ruolo di primo piano nel sostegno economico a Hamas. Resta controverso il ruolo dell’Iran, ma secondo fonti di intelligence razzi e missili giungono a Gaza dall’Iran: lo confermerebbe il fatto che varie volte negli anni, l’ultima una settimana fa, Israele ha compiuto raid e colpito convogli che portavano armi provenienti dall’Iran attraverso il Corno d’Africa. Una rotta relativamente nuova, dato che quella via terra non è sicura: le armi passano dal mare, attraverso il Golfo di Aden, percorrono il Sudan e il Sinai per entrare nella Striscia.