ORCHIdee “mescola consapevolmente rap, soul, jazz e cantautorato italiano ed è stato interamente scritto e interpretato da un ragazzo che è sia un rapper che un cantante”: è così che Ghemon, all’anagrafe Gianluca Picariello, parla di sé e del suo ultimo lavoro. Le tredici tracce che compongono questo quarto album sono “interamente suonate da strumenti veri”, senza alcuno spazio per basi elettroniche e campionamenti: un insieme elegante, che allarga i confini dal rap e fa dialogare scene musicali spesso contrapposte. ORCHIdee, prodotto con Tommaso Colliva (Calibro 35, Marta sui Tubi, Ministri, Finardi, Muse) e realizzato con la collaborazione di alcuni tra i musicisti più importanti della scena alternativa (da Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours a Patrick Benifei di Casino Royal e Bluebeaters), è stato definito “il flow con la melodia incorporata“.

Pino Daniele – Ma Che Mania
Robin Thicke – Get Her Back
Little Dragon – Pretty Girls
Fatima – Biggest Joke Of All
Ainè – Cosa C’è
Nao & A.K. Paul – So Good
Drake – 0 to 100
Roman GianArthur – I-69
Taylor McFerrin – Florasia
Jessy Lanza – 5785021

Come hai scelto i brani della playlist per i lettori de Ilfattoquotidiano.it?
Semplicemente aprendo il mio Itunes e pescando tra le cose che ho ascoltato di più nell’ultimo periodo. Ho tolto le canzoni “troppo invernali”… E’ una playlist estiva, no?

Ti sei definito “un cantante confidenziale più che un rapper”: che cosa vuol dire esattamente?
Mi sono sempre piaciute l’eleganza di Fred Bongusto e la magnificenza di Frank Sinatra e mi sento più vicino a loro, che definirei “confidenziali”, che a un rapper, sia per quel che riguarda il modo di fare che per i contenuti. E poi è una provocazione: io, oltre a cantare faccio rap e farlo mi piace ancora un sacco.

Consideri questa scelta di posizionamento in una “terra di mezzo” tra rap e cantautorato l’esperimento di un album o una direzione definitiva?
E’ una direzione, ma non direi “definitiva”. Mi piace sperimentare e vedo “ORCHIdee” come una piattaforma musicale e di scrittura dalla quale ripartire per migliorarmi e ampliare i miei orizzonti.

In Italia stiamo assistendo a una sorta di “democratizzazione” del rap, sempre più popolare e usato perfino come jingle di campagne pubblicitarie: credi che questo smisurato aumento di contenuti rischi di impoverire il genere?
La sovrapposizione di contenuti, nel rap, è proprio parte del genere e figlia di internet. L’impianto culturale dell’hip hop ha ormai penetrato tutte le sfere della società e della comunicazione: è un linguaggio che è nel dna di tutti, senza che molti se ne rendano conto e questa non è una cosa che passa di moda. Ai ragazzi il rap piace, interessa. Il resto sta ai singoli: non è il genere che stuferà, saranno quei rapper che dimostreranno di non essere bravi artisti ad annoiare.

Il tuo ultimo lavoro è stato definito un disco “elegante”: cosa significa essere eleganti in musica?
Non lo so, ma la definizione mi piace! A parte gli scherzi, l’eleganza è come la bellezza: è difficile spiegarla senza toglierle poesia e così mi limito a provare a farle da cavaliere.

Anche nel look sei un rapper atipico…
E’ così da sempre, è una cosa che fa parte della mia personalità, del mio desiderio di non somigliare a nessuno. Non amo particolarmente le regole imposte.

Quali sono gli artisti ai quali ti ispiri?
La lista sarebbe veramente lunga. Direi quelli che innescano in me prima un’emozione e subito dopo un pensiero critico. Quelli che mi fanno pensare: “Quanto è bella questa canzone! Cosa mi manca per fare un passo in avanti e raggiungerla?”

Ci sono dei rapper della scena contemporanea italiana che ti piacciono?
Certamente, ad esempio mi piace Kiave, per il messaggio che invia attraverso la sua musica e per la coerenza con la quale lo comunica. Lo conosco anche umanamente e so che la persona corrisponde all’artista: questo gli fa doppiamente onore.