Una sera di metà luglio davanti al telegiornale. Molte famiglie, quindi bambini e adulti, stanno cenando davanti alla tv accesa.

Le immagini dalla Palestina sono terribili: da giorni gli schermi sono invasi da scene di guerra, da cittadini inermi che si rifugiano dove possono per trovare riparo alle bombe che si susseguono senza tregua.

Il  conduttore dopo averci  aggiornati sugli ultimi eventi,  tra cui il racconto delle scuole che vengono bombardate, si sofferma a descriverci un breve filmato che riprende un giovanissimo palestinese, un ragazzino ferito che cerca comunque di salvare alcuni componenti della sua famiglia. E, lucidamente e volontariamente, inerme com’è al suolo, viene freddato da un colpo preciso sparato da un cecchino.

Qual è l’utilità di mostrare le immagini di morte in prime time?
A cosa serve, chiediamoci.
Scopo dell’informazione è informare i telespettatori. In taluni casi come questo in  cui si spara sui civili, l’obiettivo di un telegiornale potrebbe essere anche quello di sensibilizzare il pubblico a casa su un’emergenza che necessita l’intervento dell’Unione Europea in modo veloce e deciso.
E dunque chiediamoci: noi saremo più spronati ad intervenire, a reagire se vediamo la morte in diretta a casa nostra?

No. Ognuno di noi, e i giovanissimi  in misura maggiore, guarda decine di scene di morte violenta ogni giorno; chi ha figli adolescenti ha casa sa che molti dei giochi per la play station sono violentissimi. I nativi digitali sono abituati alla violenza che arriva online e che viene proposta gratuitamente a tutte le ore anche dalla rete pubblica. In molti ricordiamo il caso dell’estate 2013 quando due ragazzini americani di un sobborgo di una città del sud degli Stati Uniti, uccisero a freddo, senza alcuna motivazione, un giovane atleta australiano mentre stava facendo jogging, senza averlo mai visto prima. Interrogati sulle motivazioni, i due giovanissimi, seppur sotto effetto di stupefacenti, dichiaravano che non volevano realmente uccidere ma solo sparare come in un videogioco.

Allora se mostrare la morte vera, in diretta, non serve ad informare, perché per fornire una buona informazione basterebbe un resoconto dettagliato e immagini adeguate, e non serve nemmeno a sensibilizzare un pubblico che è oramai anestetizzato alla violenza, a cosa è servito mostrare l’immagine del ragazzino palestinese ammazzato freddamente?

A niente. Non è servito  a niente. Non ad informare meglio, né a sensibilizzare un pubblico anestetizzato alla morte e al sangue. Non serve nemmeno a vendere spazi pubblicitari perché la stessa immagine è stata poi probabilmente proposta da altre emittenti, quindi nessuna avrà avuto l’esclusiva sulla morte in diretta di Gaza.

Quelle immagini vengono trasmesse senza ragione, nessuno sarebbe in grado di spiegare  le ragioni razionali che hanno condotto a trasmetterle. E’ una cattiva abitudine che è partita anni fa con il bisogno di aumentare l’audience e che ora non si giustifica più considerando che c’è una proposta sempre più violenta da parte di tutte le reti, servizio pubblico compreso.

Non è servito dunque ma un effetto quell’immagine l’ha avuto. Ed è deleterio. In alcuni di noi, in particolar modo nei più giovani, quelle immagini violente che attraggono la nostra attenzione, si fissano poi nella mente e ci vengono riproposte in modo ossessivo durante la notte, il giorno dopo, a distanza di giorni, lasciandoci smarriti, impauriti, spesso senza possibilità di elaborazione e profondamente soli.

La morte sbattuta in video senza filtri o elaborazioni non è motivata da sete di verità ma da un’incapacità conclamata e da parte di chi l’informazione  gestisce, di prendersi la responsabilità di decidere, di valutare, in ultima analisi di scegliere responsabilmente.

Tra scegliere e censurare c’è una profonda differenza ed è la capacità di assumersi la responsabilità morale da parte di chi fa informazione.

Chi ci rimette sono i bambini, le bambine, i giovanissimi che, oramai, penso sia evidente a tutti, sono divenuti la pattumiera di una società egoista a tal punto da negare i diritti dei propri figli. Diritti che prevedono di avere il tempo di maturare prima di essere messi al cospetto di qualcosa, la morte appunto, che se da una parte è grandemente rimossa dai discorsi e dalle riflessioni nella vita di tutti i giorni, dall’altra è mostrata dai media sempre e ovunque senza che ai ragazzini sia mai stato dato alcun tipo di strumento di comprensione.

Che restano soli davanti alle immagini televisive di morte e profondamente soli a provare a dare loro un qualche tipo di senso.