Di cerimonie del Ventaglio trasformate in occasioni di per interventi politici tout court ne avevamo già viste, e non solo da parte dell’attuale Presidente-bis, ma in questa del 22 luglio 2014 Giorgio Napolitano si è fatto portavoce del governo in carica e ha rivendicato il suo diritto-dovere a ricoprire il suo secondo settennato fino all’ultimo giorno.

Ormai la cautela istituzionale e il rispetto formale del dettato costituzionale, se non della sostanza, che attribuisce al capo dello stato un ruolo di parte super partes, di rappresentante dell’unità nazionale e di garante della Costituzione sono stati archiviati in modo plateale in nome dell’ improrogabilità delle “riforme” e del semestre europeo.

Giorgio Napolitano con una durezza verbale inusitata, anche per lui, si è scagliato contro “l’esasperazione ingiusta  pericolosa” di chi si mette di traverso al Senato dei nominati agitando “spettri di insidie..”; ha difeso la riforma di Renzi non solo nei contenuti ma anche nel metodo esente da fretta e da improvvisazione.

Poi è passato all’Europa per rivendicare o meglio pretendere il riconoscimento del ruolo dell’Italia e cioè in concreto per sostenere la candidatura della Mogherini a ministro degli esteri della comunità europea, pretesa che è già costata a Renzi una plateale sconfessione internazionale sia per il profilo inconsistente della candidata, sbilanciata su Putin, sia per il modo arrogante e rozzo con cui è stata “proposta”.

Ma oltre ad aver usato una cerimonia storica di saluto alla stampa parlamentare, che così capirà ancora meglio come regolarsi, alla stregua di una conferenza stampa senza domanda per sostenere la road map del governo Renzi-Berlusconi, Napolitano ha agitato pesantemente lo scettro contro chi ha ipotizzato una sua imminente uscita di scena dopo il semestre italiano di presidenza.

Personalizzando oltre limiti inimmaginabili la sua funzione si è scagliato anche contro “il gioco sterile” e poco fondato delle ipotesi di dimissioni alla fine della presidenza italiana, facendo intendere che di semestre in semestre sarebbe ben intenzionato a rimanere al suo posto sempre, ovviamente, per il bene del paese. 

E dopo la difesa senza alcun distinguo della corsa con ogni mezzo per portare a casa entro il 15 agosto il Senato dei nominati, che include come si sta già vedendo in queste ora anche l’uso della ghigliottina, Napolitano è ritornato sul suo leit motiv di sempre: la riforma della giustizia.

Per la giustizia, grazie evidentemente agli effetti collaterali dell’assoluzione in appello per Ruby, Napolitano vede “il clima maturo” che auspicava dall’inizio del suo primo mandato, “le condizioni per convergenze finora mancate”.

Forse lo avranno fatto ben sperare il combinato disposto delle richieste di commissioni di inchiesta sul “golpe giudiziario” subito da Berlusconi da parte di Brunetta & co. e le ammissioni di colpa per gli eccessi giustizialisti del Pd da parte di  Matteo Orfini, ed ex-giovani turchi di complemento, con tanto di ravvedimento operoso in senso “garantista”.

Chissà cosa avrebbe potuto pensare un “padre costituente”, seduto in incognito in ultima fila, dell’ “evoluzione” del ruolo del capo dello Stato in questa epocale estate “riformatrice” del 2014, quando è formalmente ancora in vigore la Costituzione del 1948, il presidente non è eletto dai cittadini e l’ Italia è nonostante tutto una “democrazia parlamentare”.