Il caso più recente è stato quello di Gao Yu, la giornalista settantenne in detenzione da aprile con l’accusa di avere diffuso ai media stranieri il segretissimo “Documento N9” del Partito comunista, quello che metteva in guardia i funzionari contro “le sette influenze sovversive sulla società”, tra cui “la democrazia costituzionale occidentale” e “valori universali” come i diritti civili e la libertà di parola. Ora, arriva la norma.

In base a una nuova regola dell’Amministrazione Statale sulla Stampa, le Pubblicazioni, la Radio, i Film e la Televisione, i giornalisti cinesi non potranno diffondere informazioni che raccolgono durante il proprio lavoro e che non siano state già pubblicate. Il che significa che non potranno comunicare a nessuno, in nessuna forma (cioè anche attraverso social media, lettere personali o dichiarazioni estemporanee), le informazioni in loro possesso prima che siano passate tra le maglie della censura. Nella circolare, pubblicata nei giorni scorsi ma in vigore già da un mese, si fa riferimento a “segreti di Stato, segreti commerciali e informazioni che non sono state divulgate pubblicamente”.  

La legge cinese definisce “segreti di Stato” tutte le informazioni che possono ledere l’interesse nazionale se diffuse, comprese quelle che riguardano le principali decisioni politiche, la difesa, la diplomazia, l’economia, la scienza e la tecnologia. Una definizione ampia e non troppo definita, secondo costume, aperta quindi all’interpretazione caso per caso delle autorità; una discrezionalità che si traduce spesso con l’arbitrio. L’Amministrazione ha anche chiesto che le imprese dell’informazione “standardizzino i propri sistemi di gestione dei segreti”, in modo che i giornalisti sappiano quali informazioni sono riservate, e per quanto tempo debbano rimanere tali. Uomo avvertito, mezzo salvato. Tutti i giornalisti sono poi tenuti a firmare accordi di non divulgazione.  

Di questa nuova norma che assimila il giornalista a una specie di portavoce, il filogovernativo Global Times offe una spiegazione sottile facendo parlare Song Jianwu, un giurista esperto d’informazione: “Tutti i media nazionali sono proprietà dello Stato”, dice Song. “I giornalisti sono dunque simili ai dipendenti pubblici, e dovrebbero essere sottoposti a un regolamento simile a quello che si applica ai funzionari del governo”. Dietro alla sottigliezza giuridico-amministrativa, si intravedono millenni di storia cinese, con lo status dell’intellettuale inscindibile dalla ragion di Stato, secondo i dettami confuciani. Ma i movimenti intellettuali del Novecento, come quello del 4 maggio 1919 da cui scaturì lo stesso Partito comunista, hanno introdotto anche in Cina la dissidenza intellettuale. La rivoluzione. Fu poi il “movimento di rettifica” di Mao Zedong a Yan’an (1942) a riportare la generazione uscita dal 4 maggio nell’alveo della ragion di Stato: questa volta quella incarnata dal Partito già rivoluzionario e ora fattosi Stato lui stesso. 

Il professor Song precisa al Global Times che linee guida hanno lo scopo di sensibilizzare i lavoratori dei media, ma avverte anche che non devono essere manipolate dai funzionari “per vantaggi personali”. “Postare su blog personali è un diritto civile fondamentale di tutti i cittadini. Non deve essere il governo a fare le regole, ma l’autodisciplina dei giornalisti stessi”, osserva. Sfumature, ma è in questa zona grigia tra il lecito e il consentito, che si muove la libertà d’opinione in Cina.

 di Gabriele Battaglia