Non sappiamo stasera (ieri, ndr) quanti saranno i morti di Gaza e in quali rifugi tremano 200 mila profughi che hanno abbandonato case e ricordi. Quante volte abbiamo scritto la stessa storia. Quasi mezzo secolo fa raccontavamo cosa succedeva a Gerusalemme o ad Amman dove re Hussein si avviliva per la disfatta nella Guerra dei sei giorni: “Ho perso metà Giordania e non capisco se è l’inizio o la fine di qualcosa …”. Mezzo secolo dopo, la speranza è finita e abbiamo imparato che la pace è impossibile. C’è chi non la vuole da una parte e dall’altra. Quando prevale la ragione sull’arroganza, succede sempre qualcosa e ricomincia la violenza.

Sadat e Begin, Arafat e Rabin, Peres e Arafat, Abu Mazen e Peres, sorrisi a Camp David, Casa Bianca, Oslo, Giardini vaticani. Ma poi Sadat viene ucciso dai fanatici dell’islam, Rabin assassinato dalla destra di Israele e appena Arafat all’Onu alza fucile e ulivo, (“proviamo a capirci o la guerra continua”) Georges Habbash, medico estremista, inventa la guerriglia dei cieli: ragazze che dirottano aerei, terroristi del suo Fronte di Liberazione sull’Achille Lauro: assassinato Leon Klinghoffer, ebreo americano in carrozzella. E attentati suicidi sui bus o nei caffè. Il gioco delle spie intreccia trame complicate: Abu Nidal, condannato a morte per terrorismo dall’Olp, gira il mondo e fa strage dei moderati ostili alle guerre sante ispirate da Libia, Siria, Iraq. Il Financial Times lo descrive burattino di Tel Aviv. Arafat non era innocente. Non può esserlo chi sopravvive a 30 anni di clandestinità, eppure da bravo mercante capisce che il sogno di una vita normale batte in tanti cuori. Israeliani o palestinesi non importa.

Invece nessuno la vuole davvero. Non la vogliono i deliri di Hamas: per i reclusi di Gaza l’estremismo può essere una professione. Non solo dollari, armi e protagonismo di chi nella gabbia senza futuro prova a diventare qualcuno giocando con la rabbia dei disperati e le armi che arrivano dalle oligarchie dell’intransigenza. Non la vogliono certi politici del paese padrone, atomiche in cantina, arsenali riforniti dalle solite potenze. Durante l’assedio della Beirut ’82, le case si sbriciolavano in silenzio mentre Washington recitava l’ipocrisia degli appelli umanitari. Tre mesi dopo summit a Netanyah: gli strateghi Usa annunciano la cancellazione dei debiti militari israeliani per “l’ottimo collaudo delle nuove armi nella guerra libanese”. Impossibile immaginare i giochi di prestigio dei grandi protagonisti. Speriamo la smettano di ripetere, come dischi rotti, le parole di Hans Frank, governatore di Hitler a Varsavia, scatenato nella distruzione del ghetto: “I banditi si fanno scudo dei civili, sono loro i responsabili delle stragi”.

Se miracolosamente si arrivasse ad un accordo, il giorno dopo Netanyahu annuncerà nuove colonie nelle proprietà requisite ai palestinesi. E i fuochi si riaccendono. Ben Gurion, padre della patria, lo aveva previsto: ricordo di Nahun Goldmann quando dirigeva il movimento sionista e rappresentava l’Agenzia Ebraica alle Nazioni Unite: Le paradoxe juif, editore Stock, Parigi. 1956, due vecchi polacchi attorno al tavolo della cena. “Perché – si amareggia Ben Gurion – gli arabi dovrebbero fare la pace con noi? Se fossi in loro non firmerei. Ci siamo presi il loro paese. Dio ce l’ha promesso, ma agli arabi cosa interessa? Non pregano il nostro Dio. Abbiamo avuto Hitler e i nazisti, ma gli arabi cosa c’entrano? Perché dovrebbero rassegnarsi? Fra due o tre generazioni può succedere intanto dobbiamo essere forti, con un esercito potente altrimenti ci distruggeranno”. Meno pessimista Goldmann. “Come puoi dormire con questo incubo?”, Ben Gurion scuote la testa: “Chi ti ha detto che dorma?”.