Andrea Branzi è uno di quei teorici che scrive bene e pensa bene. Ma il libro ultimo che pubblica per Baldini e Castoldi è scritto benissimo (a parte un po’ di distrazioni sugli a capo) e pensato ancor meglio.

Prima di tutto è bello il titolo, Una generazione esagerata che fa rima con l’aranciata e Vasco Rossi e ci rende questa storia “dai radical italiani alla crisi della globalizzazione” d’impatto più simpatica di alcuni suoi tomi storicamente più legnosi. Ed è ugualmente bella e simpatica la copertina, con l’inedito ammiccante di lui bambino che sorride, non perché sia ancora ignaro e innocente rispetto a quello che verrà, ma proprio perché – lo scopriremo strada facendo – ci ha già visto più lungo e ha cominciato fin da piccolo a coltivare l’abitudine di reagire all’inadeguatezza con l’esagerazione, alla realtà pigra con le narrazioni radicali, a un Paese fragile con una “eresia imprevista o una profezia geniale” e a volte ridanciana…

Ogni paragrafo, lungo mezza paginetta massimo, termina con questi tre puntini di sospensione e non ci sono capitoli, non ci sono passaggi o consequenzialità esplicite ma la storia scorre fluida, tra l’autobiografia privata, la prima pubblica ricostruzione critica non a uso accademico della storia del movimento Radical, e la Storia plurale del nostro paese, letta una volta tanto da un osservatore privilegiato senza nostalgia, senza ideologia, senza terapia ma comunque provando a formulare una definizione aggiornata di “progetto”, non priva di autocritica e al tempo stesso di visionarietà.

Qualche anno fa Andrea Branzi era stato uno dei pochi che, con un lavoro gigantesco di analisi e aggiornamento, aveva provato a occuparsi del cosiddetto nuovo “nuovo design italiano” – con una mostra ora in giro per il mondo grazie alla Triennale e un catalogo importante – e poi di nuovo con un capitolo in nel libro Ritratti e autoritratti di design (Marsilio) dove mostrava di aver ripensato approfonditamente alcuni casi di cui dava nuovi inquadramenti pertinenti e acuti. A qualcuno dei soggetti l’interpretazione a volte era sembrata un po’  forzata, postuma e senza appello: come se data una teoria – che Branzi ha quasi sempre ben in mente – fosse andato a posteriori a recuperare le tesi schiaccianti per dimostrarla. Nel caso di quella mostra, in estrema sintesi, che i giovani fanno cose minuscole concettualmente e fisicamente (e che ben si prestavano a essere trasportate su un tapis roulant stile sushi bar, com’era previsto nell’allestimento).

In ‘Una generazione esagerata’ rimangono alcuni dei cavalli di battaglia dell’architetto fiorentino sul presente, come quello della “modernità debole e diffusa”, della “civiltà mercelogica”, del conflitto Oriente/Occidente per lui stravinto dai primi, della “metropoli enzimatica”, del passaggio dall’epico “progettare il design” al banale “disegnare progetti” della contemporaneità.

Ma in questo libro la resistenza che ci ha fatto provare a volte per un’apparenza un po’ accademica e poco disposta a sporcarsi le mani, scompare e rimane la vicinanza verso un passato improvvisamente assorbito e un presente quasi riabilitato, forse perché liberato dal dover fornire esempi di oggetti e progetti di design contemporaneo italiano, e potendo attingere e aggiornare il lavoro con riferimenti “recenti” più universali – dal Parkour ai Voguers, dagli Hikikomori al piercing, da Mohamed Atta al nobel pakistano Muhammad Yunus del microcredito – che, grazie a Branzi, ci sembrano così imprescindibilmente legati col mondo del progetto che anche il mondo del progetto sembra tornare ad avere a che fare con la vita del mondo.

Non si tratta però di un consolante lieto fine. Soprattutto non è una fine, in “un Paese, il nostro, ricco di stimoli ma incapace di trasformarli in un sistema stabile”. Ma, come dice l’autore, “non è detto che questo sia un difetto; potrebbe essere un merito dal momento che lascia ad altri la possibilità di coltivare quel terreno in modo diverso”, aperto quindi, senza argini (esagerato appunto!), lontano quindi dall’idea del nastro ininterrotto di un tapis roulant…, “un modo per lasciare dietro di sé domande senza risposta e problemi non risolti; portando alle estreme conseguenze le cose, pur lasciandole dove si trovano…”. E nonostante questo continuare a credere che il design possa cambiare il mondo…

Esagerati!