Da dove mi trovo l’orizzonte s’interrompe per le sagome di alcune isole tranne una, piccola, ma invadente come fosse la più grande e indesiderata: la nave da crociera che ha scambiato il Giglio con il cimitero delle balene di ferro. Molti turisti l’hanno già trasformata nella nuova Cogne, turismo macabro del guardone dove si consuma la disgrazia. Foto ricordo, anche se dimenticheranno in fretta.

Prima che la rimozione/trasferimento/smantellamento della Costa Concordia diventi motivo d’orgoglio italiano, che passi come straordinaria impresa di sinergia e gestione emergenziale, che questo ex fiore all’occhiello di armatori sia ricordato come un fallimento di successo, è doveroso non dimenticare mai che è e deve rimanere il simbolo (un altro, ahimè) della strafottenza di chi ha consentito ripetutamente che tali “inchini” si ripetessero fino al punto di credersi capitani coraggiosi e invincibili, protetti dal consenso di chi scelleratamente non ha mosso un dito. Prima che tutto questo accada, e in parte già si consuma, occorre ricordare che l’Italia dà il meglio di sé in due occasioni: solidarietà ed emergenza, che sono un po’ sorelle e nel caos di entrambe ​alcuni sanno approfittarne.

Un po’ come quando un ex premier viene condannato in via definitiva per frode fiscale e poi assolto in appello per altre passioni facendo di lui, miracolo italiano, una vergine (con la differenza che almeno della carcassa della prima ci si sbarazza).

Ma questa è un’altra storia, di una nave che batte (è il caso di dirlo) bandiera italiana, che non cambia rotta, resta a galla, ma è pur sempre alla deriva.