L’istinto con cui seguo i dibattiti parlamentari che poi sfociano in un voto dell’Aula, che determineranno (o meno) l’arresto di un deputato, non è quello della tricoteuse che sferruzza amabilmente sotto il patibolo in attesa che la testa rotoli, ma piuttosto quello dell’anatomopatologo piegato sul tavolaccio della morgue a sezionare un cadavere. Anche questo stanchissimo dibattito intorno alla richiesta d’arresto per Giancarlo Galan, passata con una maggioranza schiacciante, mi ha confermato nella necessità impellente che questo strumento – il decidere sulla sorte di un collega deputato – venga al più presto sottratto ai parlamentari e affidato a un’istituzione «terza».

Quello che un tempo era stato immaginato come un vaglio nobile e profondo rispetto a possibili ingerenze della magistratura, oggi si è ridotto ad atto poco più che notarile, persino impiegatizio, dove le parti in commedia recitano il loro stanco copione giusto per la diretta televisiva (una volta, per la difesa di un suo uomo, la batteria di Forza Italia avrebbe caricato i cannoni ad alzo zero, oggi si riduce a quattro interventi stanchi per dire, ad arresto sancito: “Barbarie!”, come un copione ingiallito).

E del resto, il Pd non può certo chiamarsi fuori dopo aver salvato fior di delinquenti in questi vent’anni, oggi che invece sembra dire con sprezzo: “Buttate la chiave” per uno dei suoi, Francantonio Genovese, solo perché incalzato dal Movimento 5 Stelle, e che qualche giorno dopo l’arresto viene paradossalmente riportato ai domiciliari da un Gip. Come vedete, niente più risponde alla logica di chi immaginò certe garanzie, quando si pensava davvero che la figura del parlamentare meritasse un ombrello protettivo di quella portata.

La soluzione che alcuni parlamentari, tra cui Anna Finocchiaro, Chiti e altri, hanno pensato e che porterebbe ogni decisione sull’arresto di un deputato in carico a una sezione della Consulta, ha una sua logica. Innanzitutto, sottrarrebbe al Parlamento ogni possibilità di ‘scambio’, dove per scambio si deve intendere l’ignobile mercanteggiamento di interessi che si mettono in moto in queste occasioni e che semmai sono totalmente al di fuori della sfera di interesse dei cittadini. Ma soprattutto restituirebbe al consesso civile l’idea che i deputati, se non proprio in misura identica, ma almeno in buona parte, possano essere considerati ‘eguali’ di fronte alla legge.

E poi, se permettete, c’è un terzo motivo, che mi viene da questi vent’anni in cui ho seguito la politica e i lavori parlamentari. Ho sempre pensato che solo una percentuali minima, ma davvero minima, dei colleghi, legga le carte processuali che riguardano un deputato. E che semmai, la quasi totalità si sia sempre adeguata (senza informarsi troppo) alla disciplina di partito, che come sappiamo bene ben poche volte ha coinciso con il respiro dei cittadini. Non perché la volontà popolare debba fare premio sempre su tutto, ci mancherebbe, ma neppure essere regolarmente calpestata. Questo è sostanzialmente accaduto in questi vent’anni. Lasciando la responsabilità a una sezione della Consulta, ci sarebbe la sicurezza che qualcuno le carte le legge e le studia. Non poco.