Europa, crisi, democrazia. Sono tre parole cruciali e connesse fra loro nello scenario politico e sociale dei nostri tempi. Tre concetti chiave attorno ai quali ruotano tanto i processi di dequalificazione e di impoverimento che investono fette sempre più ampie di popolazione quanto la costruzione di prospettive alternative.

Le elezioni europee del maggio scorso hanno registrato un’affluenza alle urne tendenzialmente molto bassa, segno di una disaffezione crescente nei confronti delle istituzioni europee e verosimilmente del deficit di democrazia che risulta dal processo di integrazione comunitaria. Il quadro politico che ne esce conferma nella sostanza la medesima governance che, mediante l’accordo fra Popolari e Socialisti, ha diretto l’Unione Europea negli ultimi 5 anni, quell’Europa che ha affrontato la crisi economica rafforzandone le cause strutturali. I trattati internazionali che hanno costituito l’architrave delle politiche di rigore e di austerità – Six Pack, Fiscal Compact, Two Pack – ne escono legittimati. 

In questo mese, è stato inaugurato il semestre di Presidenza italiano dell’Ue: il governo, nella figura del premier Renzi, incarna un consenso popolare molto vasto che può esercitare un peso significativo negli equilibri e nelle relazioni politiche europee. Nel contesto di crisi che continua ad attanagliare il nostro Paese, appare improbabile che un consenso tanto forte non rappresenti anche una parte dei sentimenti diffusi contro l’austerità e le politiche di rigore che hanno avuto come uniche conseguenze l’aumento della disoccupazione (in primis quella giovanile), dei contratti atipici e a tempo determinato, del taglio a welfare e servizi.  

Si parla, tuttavia, nei proclami del premier di “austerità flessibile”: una strategia che, oltre ad aver palesato in sede europea problemi concreti di efficacia a fronte delle rigidità di paesi come Olanda e Germania, punta non a mettere in discussione i dettami dell’austerità, ma a dilazionarne i tempi e a differenziarne l’applicazione. La promessa resta quella di una crescita economica ancora una volta non necessariamente al servizio del benessere sociale: cosa apporteranno punti percentuali in più di Pil a fronte di un’istruzione sempre meno accessibile e di un lavoro sempre meno retribuito e con la mancanza progressiva e garanzie e tutele sindacali?

Di fronte a questo quadro è prioritario ri-orientare il discorso, ripartire dai bisogni e dalle istanze rappresentate dai movimenti sociali negli anni della crisi. Serve sopratutto un salto di qualità dei movimenti nella riflessione su Europa, crisi, democrazia. 

Riot-VillageGli studenti devono giocare un ruolo di alto profilo in questo processo, con un investimento forte su scuole e università in quanto fra i pochi spazi collettivi rimasti della società contemporanea, dove è ancora possibile partire dai bisogni comuni, rafforzare relazioni ed elaborare discussioni collettive. Dal 23 luglio al 6 agosto si tiene nel profondo Salento Riot Village, il più grande campeggio studentesco d’italia: non solo una vacanza diversa dalle altre con sole, mare e tanti momenti di discussione e dibattiti con ospiti del mondo politico, sindacale, dell’associazionismo e di movimento, ma soprattutto un luogo in cui più di 2.000 studenti proveranno a dare risposte concrete alle questioni che caratterizzano questo articolo.

Riot Village è soprattutto una straordinaria risposta alla crisi della partecipazione, dell’impegno sociale e della democrazia che attraversa la società. Solo con una partecipazione reale, con discussioni aperte e orizzontali, con una vera riqualificazione della democrazia dal basso è possibile affrontare con efficacia i nodi fondamentali delle sfide politiche del presente, dall’istruzione al diritto allo studio, dalla precarietà alla disoccupazione giovanile, dal welfare al modello di sviluppo. 

Dagli studenti può ripartire una spinta fondamentale per una nuova fase di protagonismo sociale all’altezza dei tempi. Per noi sarà un’occasione fondamentale per intrecciare i fili della mobilitazione che verrà e provare a immaginare insieme, proprio dal Sud e dalla periferia di un’Europa martoriata dall’austerità, da una terra martoriata dalle mafie e dalla speculazione ambientale, un’alternativa praticabile fin dalle scuole e dalle università.