Qualsiasi cifra leggerete nelle prossime righe, poiché questo post è stato scritto domenica pomeriggio, risulterà purtroppo non aggiornata.

Il numero dei palestinesi uccisi, da quando sono iniziate le operazioni militari israeliane da terra, è più che raddoppiato: oltre 400 in totale, 80 dei quali avevano meno di 18 anni e alcuni erano nati da pochi mesi. Ventitré gli israeliani uccisi, 21 soldati e due civili.

Dopo quasi due settimane di bombardamenti, Gaza ha raggiunto nuovi livelli di stremo:  le abitazioni distrutte erano, a venerdì, 1780. In un territorio di 360 chilometri quadrati (equivalente all’estensione del comune di Enna), abitato da un milione e 800 persone, metà della popolazione è senza acqua potabile, l’80 per cento riceve corrente elettrica solo a intermittenza (un guasto, giorni fa, l’ha causato un razzo di Hamas…) e i profughi sono 62.000: costretti a rimanere comunque a Gaza, dato che i confini della Striscia sono Israele, Egitto e il mare. Non so quanti accetteranno la disponibilità offerta dall’ospedale da campo allestito dall’esercito israeliano a Erez.

In questo post voglio parlare unicamente di diritto internazionale umanitario e lascio ad altri il commento sui motivi che hanno spinto il governo israeliano a lanciare, l’8 luglio, la nuova operazione militare “Margine protettivo”:  l’uccisione dei tre ragazzi sequestrati nella zona di Hebron a metà giugno, gli accordi tra Hamas e l’Autorità palestinese di Ramallah, lo stillicidio di razzi lanciati dalla Striscia contro il sud (e non solo) d’Israele.

Nessuno di questi motivi – nemmeno quello dei razzi, quasi 30.000 nell’ultimo decennio, il cui lancio contro obiettivi civili israeliani, a prescindere se li colpiscano, è di per sé un crimine di guerra – giustifica attacchi indiscriminati o sproporzionati come quelli cui stiamo assistendo da 13 giorni. Nemmeno azioni spregevoli da parte di Hamas, come nascondere razzi in una scuola, possono giustificarli. Questo va oltre il “diritto alla difesa”.

In questi giorni, i mezzi d’informazione raccontano come l’esercito israeliano informi preventivamente la popolazione civile palestinese sugli imminenti attacchi, sollecitando la sua evacuazione, o mandi un “avvertimento” attraverso il roof-knocking.

Pochi pongono la questione se, a prescindere dal preavviso, l’obiettivo è legittimo o meno: come nel caso del centro di riabilitazione al-Wafa di Shejaiya, colpito per la seconda volta e distrutto il 17 luglio. 

E comunque i quattro bambini uccisi il 15 luglio sulla spiaggia nei pressi del porto di Gaza non erano stati avvisati.

 

Non erano stati avvisati neanche i nove appassionati di calcio che, il 10 luglio, stavano assistendo, in un bar lungo la spiaggia di Khan Younis, alla semifinale dei mondiali di calcio tra Olanda e Argentina. Né erano stati avvisati gli otto membri della famiglia di Mahmoud Lufti al-Haji, del campo rifugiati di Khan Younis, la cui abitazione è stata attaccata e distrutta sempre il 10 luglio.

Scegliere obiettivi civili, sapendo che si trovano in una zona estremamente affollata, con nuclei familiari all’interno, è un crimine di guerra e rappresenta anche una punizione collettiva.

Anche se dentro si trovasse un appartenente a un gruppo armato palestinese, un attacco contro un’abitazione civile in cui è presente un’intera famiglia costituisce un attacco sproporzionato.

“Abbiamo presente che ci sono dei civili a Gaza. Ma è Hamas che li ha trasformati in ostaggi”. L’esercito israeliano si prodiga, con tanto di illustrazioni, a spiegare che le responsabilità non sono sue: potete vedere qui alcuni esempi. Immediato, ieri, il tweet assolutorio sul peggiore bombardamento dall’inizio delle operazioni militari: “Avevamo detto da giorni agli abitanti di Shejaiya di evacuare, ma Hamas li ha costretti a restare, li ha posti sulla linea del fronte”. 

Alla fine della rovinosa operazione “Piombo fuso”, le organizzazioni per i diritti umani avevano ammonito che, senza un’indagine indipendente e internazionale che chiamasse a rispondere delle loro azioni le autorità israeliane e quelle di Gaza, i crimini di guerra si sarebbero ripetuti. È andata esattamente così.