Da qualche giorno in rete si parla di The ex-hijabi fashion photo journal, un blog (o meglio, un tumblr) che raccoglie le storie e le foto di donne che hanno deciso di rifiutare la religione islamica. A dare il via all’iniziativa è stata Hiba Krisht, 25enne originaria dell’Arabia Saudita ora residente negli Stati Uniti, che ha chiesto alle donne ex-musulmane di condividere impressioni e immagini dei propri corpi “senza i vincoli del velo”.

L’intento della piattaforma, spiega la blogger, non è condannare la religione islamica, o di fare da sponda alle speculazioni di destra, fomentare sentimenti islamofobi – che stanno portano, in Inghilterra, ad un aumento dei casi di aggressione in particolare alle donne che sono più riconoscibili per via dell’abbigliamento – ma dare visibilità a chi la pensa in modo diverso. “L’idea di questo blog mi è venuta un giorno che ero in piscina con una mia amica ex velata – racconta Krisht a ilfattoquotidiano.it – Per noi l’esperienza del bagno in pubblico è sempre un po’ particolare perché è bello sentire il sole, il vento e l’acqua sulla pelle ma è anche strano mostrare i corpi che sono stati coperti così a lungo. Quel giorno, dopo avere nuotato, ci siamo fatte delle foto con i costumi e li abbiamo fatti circolare tra le amiche, discutendo dei colori e dei modelli. Io avevo un bikini rosso anni Cinquanta che esaltava la mia pelle ambrata e mi faceva sentire una Marylin Monroe araba. La mia amica, che indossava un costume intero con una bella scollatura, mi ha detto: non siamo uno schianto? Io allora ho pensato che ogni ragazza ex-velata avrebbe dovuto avere il diritto di sentire quella gioia che provavamo noi verso i nostri corpi. Così mi sono ripromessa di creare un blog per celebrare i corpi che sono sempre stati additati come fonte di vergogna”.

Krisht spiega di essersi allontanata dalla religione islamica perché non sopportava più il modo in cui veniva percepito il corpo femminile, come qualcosa da coprire, sempre sotto continuo esame. Con addosso il velo la blogger si sentiva ingabbiata, costretta a doversi adattare a convenzioni che le sembravano misogine e frustranti. “Non rinnego però la mia appartenenza e per questo mi definisco un’atea musulmana, dato che la mia origine culturale è inestricabilmente connessa alle pratiche e alle tradizioni islamiche”.

Per ora sul blog sono state pubblicate una quindicina di storie e altre sono in lavorazione. Tra le varie testimonianze c’è quella di Atiyah, 40 anni, nata a vissuta a Detroit in una famiglia di religione islamica liberale. “Da adolescente sono stata io a diventare radicale, a volere indossare il velo e pregare molto. Poi però ho cambiato idea. Mi definisco una apostata primitiva perché dopo avere disimparato i dettami religiosi e le relative superstizioni mi sono resa conto di cosa mi perdevo quando pensavo che per tutto ci fosse una risposta già pronta”. Sam, che fa parte di un gruppo chiamato Exmna (Ex musulmane del Nord America), racconta di un’adolescenza di osservanza dei dettami religiosi influenzata anche dai gruppi islamici online. Poi è arrivata la messa in discussione che l’ha portata a togliersi il velo anche se il percorso verso la nuova identità ha richiesto molto più tempo.

Tra le storie c’è anche quella di un uomo: Mazen, che vive in Libano e che grazie al trumblr The ex-hijabi photo journal ha iniziato a riflettere sulla cultura che lo circonda e sulle drastiche differenze su come i corpi femminili e maschili vengono percepiti. Alla domanda se sono arrivate delle minacce per le storie pubblicate, Krisht preferisce non rispondere. “E’ una domanda che non mi piace. Fa parte di quella retorica che prevede che ogni volta che un’ex musulmana cerca di esprimere un pensiero libero c’è qualcuno pronto a fargliela pagare. Quando la sento mi chiedo: pensate davvero di conoscere le persone che mi stanno intorno, la mia famiglia, la mia nazione? E credete forse che io non abbia messo in conto una possibile reazione? Se lo sto facendo è perché ritengo che sia importante pur sapendo che ci sono dei rischi e degli inconvenienti. Ma, come ho scritto in un post, non ho scambiato il mio hijab per un giubbotto antiproiettile”.