Montagne, animali selvaggi, natura incontaminata, esplorazioni in luoghi dimenticati. Pare siano proprio questi i topos letterari che da qualche anno stanno andando per la maggiore nelle librerie italiane. È un fenomeno in continua crescita. Sono spesso libri che invitano a riflettere sul rapporto tra uomo e natura, e sui temi cruciali innescati dalla convivenza tra modernità e ambiente. Dalla ponderata e impareggiabile testimonianza di Mario Rigoni Stern e dei suoi boschi dell’Altopiano di Asiago, il testimone è passato ormai da tempo a Mauro Corona, l’uomo dei boschi di Erto, così come a Erri De Luca e a tutto un sottobosco di autori che si muovono in questo immaginario. Un’eccezione, però, è rappresentata da Marco Albino Ferrari – autore acuto e capace di trascinare il lettore dentro storie inattese – che si misura sugli stessi temi di Corona, e De Luca, ma da una prospettiva decisamente diversa, dove regna soprattutto realismo e disincanto.

Corona e Ferrari paiono due poli opposti. Ne ha parlato proprio su questo giornale qualche anno fa Riccardo Chiaberge innescando un dibattito – Ferrari o Corona? – che si è trascinato a lungo su Internet. Dodici anni fa Ferrari ha fondato, e oggi dirige la rivista “Meridiani Montagne”, e ha pubblicato libri per Corbaccio, Einaudi, Feltrinelli. Oggi esce con un nuovo lavoro per Laterza dal titolo “Le prime albe del mondo”. Un libro, per la verità sui generis, a metà tra il mémoire autobiografico e la narrativa non fiction, con una serie di avvincenti storie legate alla montagna e all’esplorazione dei tempi andati e negli angoli più remoti della Terra. Si parte dal Monte Bianco, con la ricostruzione di una vicenda degli anni Trenta che ha dell’incredibile, nella quale la giovane Loulou Boulaz compì l’inimmaginabile. Poi si passa alla Patagonia, alla Terra del Fuoco, a Capo Horn e ai luoghi più selvaggi e misteriosi della Terra, dove Ferrari è stato nel corso di una vita alla ricerca di storie del passato. Da archivi polverosi alle emeroteche nei sotterranei di Nairobi, dalle testimonianze dirette di viaggiatori del Novecento alle consultazioni di vecchi registi di rifugi alpini: sono queste le fonti da cui sgorgano le storie raccontate nel libro. Storie che si accavallano e si intrecciano una con l’altra come in una sorta di grande rete che tutto avvolge, dove personaggi e luoghi ritornano, si inseguono per ritrovarsi magari dall’altra parte del mondo. Una costruzione narrativa che si amplifica in mille direzioni, per ritornare di tanto in tanto sulla linea portante, che è la vita dell’autore. Il quale si chiede: «Strano paradosso: si ammira chi è in grado di ‘sconfiggere l’ignoto’ (secondo una vecchia forma retorica), eppure tutti sentiamo l’intimo bisogno che l’ignoto continui a esistere. Per poter sognare abbiamo bisogno che rimanga una parte vergine di natura, una porzione sconosciuta che ci porti verso le prime albe del mondo. Un luogo della nostalgia. Esiste ancora? E se sì, lo vogliamo davvero trovare?».