La prima stortura. L’Ufficio di informazione finanziaria per l’Italia (Uif) di Bankitalia nel rapporto 2013 informa che “Le operazioni in Bitcoin [… ] non consentono di identificare i soggetti intervenuti nelle transazioni, facilitando lo scambio di fondi in forma anonima e l’utilizzo [… ] nel contesto dell’economia illegale”. Come le normali banconote.

Il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli si indigna che Bitcoin “può essere strumento per riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo e delle mafie e per traffici illeciti”. Il Bitcoin è un’unità di conto, diffusasi lentamente dal 2009, per transazioni in Rete senza carte di credito e (almeno in teoria) senza commissioni. Il grosso delle compravendite avviene in Rete, anche se esercenti non virtuali hanno iniziato ad accettare la crittomoneta. Si segnalano anche dei bancomat bitcoin (uno persino a Roma). Esistendo il bitcoin solo in forma virtuale grazie a un geniale algoritmo – che impedisce la contraffazione e fissa un tetto (ancora da raggiungere) all’offerta (21 milioni di “pezzi”) – i bitcoin eccitano l’utopia libertaria di una moneta senza Banche centrali, ma in pratica soddisfano una più prosaica voglia di riservatezza. L’essenza del Bitcoin è l’anonimato e la semplicità di trasmissione. Gli Apocalittici, come l’Uif e le procure, scorgono nel Bitcoin il mezzo bieco sfruttato da mafie e terroristi per eludere la giustizia.

Gli Affascinati esaltano l’aurora di un’economia senza frontiere, piegata ai bisogni degli individui, non ai diktat di governi, banche o multinazionali. Che bitcoin e le altre crittomonete vengano usate per transazioni illecite è inevitabile. Lo stesso vale per mille altre cose, dalle auto a Twitter, alla posta elettronica ai farmaci. Però il Bitcoin ha la potenzialità di fluidificare l’economia del web, anche se difficilmente farà ombra alle valute tradizionali. È la scommessa di un discreto numero di venture capitalist. Il sequestro di quasi 30 mila Bitcoin (circa 20 milioni di dollari) a Silk Road, un cyber cartello criminale, ha permesso a Vaurum, una start up della Silicon Valley, di acquisirli a un’asta giudiziaria per mettere in circolo la massa monetaria necessaria per mantenere liquida l’economia Bitcoin. Se ci riusciranno a Vaurum sarà dedicato un paragrafo nei libri di Storia.

il Fatto Quotidiano, 16 Luglio 2014