E adesso chi paga? Dalla sentenza che ha assolto in secondo grado Silvio Berlusconi sono passate soltanto poche ore, i cori d’entusiasmo di fan e fedelissimi non si sono ancora placati, ma il leit motiv in zona Forza Italia diventa presto uno solo: chi risarcirà l’ex premier per la presunta gogna giudiziaria? Ma soprattutto: chi pagherà il costo delle centinaia d’intercettazioni telefoniche ordinate dalla procura di Milano e utilizzate nel processo? Quello dell’eccessivo costo delle intercettazioni è da sempre un caposaldo sempreverde degli house organ di centro destra. Ecco quindi che, a poche ore dall’assoluzione dell’ex premier, il sito web de Il Giornale mette in pagina un pezzo passando al setaccio i commenti degli utenti “I lettori ci scrivono: Giustizia è fatta, e adesso chi paga?”

Un’occasione ghiottissima quella dell’assoluzione dell’ex premier per rimettere al centro del dibattito il capitolo delle intercettazioni telefoniche, soprattutto nei mesi precedenti alla nuova riforma della giustizia promessa da Matteo Renzi. E’ noto come l’inchiesta sul Rubygate si sia sviluppata soprattutto sul filo del telefono, con le decine di conversazioni telefoniche che regalavano una fotografia di quanto accadeva nelle notti di Arcore, inclusa la notte del 27 marzo 2010, con la minorenne Karima El Mahroug fermata in questura a Milano.

L’assoluzione dell’ex premier, però, con il costo delle intercettazioni telefoniche c’entra poco o nulla. Le centinaia di conversazioni intercettate dagli inquirenti, infatti, non riguardavano l’ex cavaliere, che non poteva essere intercettato dato che all’epoca dei fatti era parlamentare e premier in carica. La voce di Berlusconi finisce impigliata nel Rubygate solo perché è lui stesso a chiamare o a ricevere telefonate da alcuni degli indagati, che hanno le utenze telefoniche intercettate dagli investigatori. E se l’ex cavaliere è stato assolto, quelle telefonate sono ancora al centro del cosiddetto Ruby bis. Alla sbarra nel procedimento che ripartirà il prossimo 25 settembre ci sono Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, tutti accusati di induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile: in primo grado sono già arrivate condanne a sette anni di carcere per Fede e Mora, e a cinque anni per l’ex igienista dentale. Condanne scaturite anche da quelle stesse intercettazioni bollate come inutili e illegittime.

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