Mentre i giornali riportano della invasione via terra della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, non pago dei massacri di civili già compiuti via cielo e via mare negli ultimi dieci terribili giorni, ricevo queste parole da Raji Sourani, avvocato e direttore del Palestinian Centre for Human Rights di Gaza (PCHR), nonché vincitore (tra molti altri riconoscimenti internazionali) del prestigioso premio Right Livelihood, anche conosciuto come “alternative Nobel Prize”, nel 2013: 

“La frase più comune che sento quando le persone [di Gaza] iniziano a parlare della possibile tregua è che è meglio per tutti noi morire piuttosto che tornare nella situazione in cui ci trovavamo prima di questa guerra.  Non vogliamo più stare in quella situazione. Dove siamo privati di ogni dignità, di ogni onore; siamo solo dei facili bersagli, e la nostra vita è senza valore. O la nostra situazione migliora davvero o è solo meglio morire. E sto parlando di intellettuali, accademici, gente comune: tutti stanno ripetendo la stessa cosa”.

Simili parole le ha pronunciate il cittadino Palestinese di Gaza nella toccante intervista di Michela Sechi (Radio Popolare) ripresa dal Fatto.

E simili parole le stannno pronunciando tutte le persone che personalmente conosco a Gaza. Non pazzi invasati, non aspiranti martiri, non estremisti della Islamic Jehad. Gente comune: padri, madri, ragazzi, fanciulle, tutti. Uniti nella consapevolezza che a quello che sta accadendo in questi giorni non c’è via di ritorno.

Questa ultima offensiva, questo ennesimo attacco indiscriminato e brutalmente sproporzionato è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in una Gaza esasperata e sfinita da otto anni di criminale blocco totale. Non è un embargo. L’embargo è una misura che ha delle radici nel diritto internazionale. Embargo è un termine che indica delle sanzioni che possono essere giustificate in diritto internazionale.

Al contrario, quello che Israele ha imposto su Gaza, da otto anni (ossia dalla presa di potere di Hamas) in modo assoluto, ma in realtà con diverse intensità e in modo discontinuo, da oltre 25 anni, non ha niente di legale, niente di legittimo. E’ una punizione collettiva della popolazione civile e come tale è stata  duramente condannata, tra le altre, dalla Croce Rossa Internazionale (organizzazione nota per misurare le sue parole con il contagocce) già nel 2010 e a più riprese negli anni seguenti. Ho già avuto modo di esprimermi più dettagliatamente sul punto.

In questa Gaza in cui ogni speranza è stata uccisa, non si può tornare indietro. Non si può chiedere a 1 milione e ottocentomila persone di continuare ad accettare di non-vivere da vivi. Al di là dei mezzi – lungi da me giustificare la violenza indiscriminata sui civili, da qualsiasi parte provenga – le condizioni poste da Gaza per una tregua sono il minimo esistenziale. Occorre riaprire le porte di quella prigione a cielo aperto, di cui gli Israeliani, con la complicità della comunità internazionale, vorrebbero buttare le chiavi.

E occorre farlo subito, per permettere alla gente di vivere. Di Vivere. Non solo (letteralmente) di sopravvivere. Non c’è altra via. Non c’è alternativa possibile se si vuole stabilire la pace. La dignità del popolo di Gaza sta gridando: vogliamo finalmente ascoltare, prima che sia troppo tardi?