Jay Carney, l’ex portavoce della Casa Bianca, potrebbe diventare responsabile delle public relations di Apple. Lo scrivono i media americani, riportando voci che girano ormai da settimane negli ambienti del business Usa. La società di Cupertino non è la sola interessata all’ex-collaboratore di Barack Obama. Anche Uber, alla ricerca di un responsabile di comunicazione particolarmente agguerrito, pare interessato a Carney. Lo ha confermato lo stesso CEO di Uber, Travis Kalanick, che ha spiegato di cercare qualcuno con “un passato politico”. Sempre Kalanick, per la sua azienda, ha preso in considerazione Howard Wolfson e Kevin Sheekey, navigati collaboratori di Michael Bloomberg a New York. Per quanto riguarda Jay Carney, non c’è conferma né smentita. “Sto parlando a molte persone per diverse possibilità”, ha scritto in una mail al magazine on line Politico.

Non è strano che grandi aziende come Apple e Uber guardino a Carney come a un possibile responsabile della comunicazione. 49 anni, passato da giornalista, Carney si è mostrato inflessibile depositario dei segreti dell’amministrazione Obama, facendo filtrare pochissimo, soprattutto quello che faceva comodo all’amministrazione, e dando risalto al ruolo dei media on line rispetto a quelli tradizionali, da lui spesso definiti “obsoleti”. Carney era a Mosca durante gli anni della caduta dell’Unione Sovietica. Tornato a Washington, ha seguito da vicino la presidenza Bush (si trovava nell’Air Force One con Bush l’11 settembre), diventando poi responsabile della redazione di Washington di Time. Nel 2008 diventa portavoce del vice-presidente, Joe Biden; nel 2011 passa a curare immagine e pensieri di Barack Obama. Ed è qui che si forma la sua fama di “cane da guardia” della presidenza. Yahoo News ha calcolato che, nei poco più di due anni da portavoce di Obama, Carney abbia pronunciato almeno 1900 volte la frase “Non lo so”; per 9486 volte avrebbe eluso le domande dei giornalisti, provocando alla fine proteste e reazioni esasperate. Come quella di Briana Keller di Cnn, che un giorno disse a Carney: “Ognuno di noi può testimoniare che con Obama c’è meno trasparenza che con Bush”.

Non è comunque soltanto l’abilità professionale di Carney ad allettare aziende come Uber e Apple. Quello che Carney porta con sé sono le sue doti di comunicatore ma anche, e soprattutto, i legami politici maturati a Washington. Il fenomeno ha anche un nome – revolving doors – e si riferisce al passaggio di personale politico dal governo Usa, o dal Congresso, al settore privato; e viceversa. Il fenomeno, spesso criticato perché fonte di abusi, si è sempre rivelato estremamente conveniente per aziende e società Usa. Uno studio di due economisti svizzeri, Simon Luechinger e Christoph Moser, ha rivelato che ogni volta che un manager del settore privato viene nominato a un posto di governo, le azioni della sua ex-società salgono di almeno lo 0,82%. Quando avviene il contrario – e cioè un ex-uomo di governo passa al privato – il valore delle azioni della società sale di almeno l’1%.

Le varie amministrazioni Usa hanno fatto qualcosa per arginare il fenomeno. Per esempio, nel settore della Difesa, un funzionario del Pentagono con poteri di assegnazione di contratti non può passare direttamente alle dipendenze di un contractor, ma deve far trascorrere almeno un anno tra un incarico e l’altro. In realtà, il sistema può essere facilmente aggirato. L’ipotetico ex-funzionario del Pentagono può infatti andare a lavorare direttamente in una società che ottiene contratti militari, basta che formalmente non abbia rapporti con il governo. Esempio perfetto di questo intreccio tra politica e affari (che non a caso riguarda la Difesa, il settore con il maggiore budget) è William J. Lynn III, funzionario del Pentagono nella seconda amministrazione Clinton (1997-2001), quindi passato a disegnare strategie per Raytheon, gigante nel settore militare, e tornato a Washington come vice-segretario alla Difesa con Barack Obama. Quando, nel 2009, Lynn si sottopose alle audizioni di conferma al Congresso, gli uomini di Obama dicevano: “Persino le regole più severe richiedono eccezioni ragionevoli”. Oggi Lynn è tornato a lavorare per Raytheon.

Ancor più numeroso è il parterre di chi dalla politica Usa è finito a lavorare alle dirette dipendenze, o a fare lobbying, per società che non si occupano di armamenti. Dick Gephardt, uno dei democratici più influenti negli anni Ottanta e Novanta, ha fondato una società di lobbying, il Gephardt Government Affairs Group, e ha tra i suoi clienti Goldman Sachs, Boeing, Visa. Da parte repubblicana il primo nome che viene alla mente è ovviamente quello di Henry Paulson, ex CEO di Goldman Sachs e poi segretario al Tesoro di George W. Bush. Linda J. Fisher, ex-funzionaria dell’ “Environmental Protection Agency”, è stata vice-presidente di Monsanto ed è ora vice-presidente del gigante della chimica DuPont. Altro caso è quello di Meredith Attwell Baker, nominata da Barack Obama nella Federal Communications Commission (FCC), l’agenzia statale che si occupa di regolare il sistema delle telecomunicazioni e che ora è presidente di CTIA – The Wireless Association, il gruppo che rappresenta l’industria delle comunicazioni wireless.

In realtà, Barack Obama aveva nel giugno 2011 presentato un executive order – definito “storico” – il cui obiettivo era “chiudere le revolving doors” e limitare i passaggi tra struttura statale e aziende. Quel provvedimento è rimasto in gran parte lettera morta. L’amministrazione Obama, come ha mostrato il Center for Responsive Politics, è stata anzi piuttosto generosa nel favorire i legami tra pubblico e privato. L’ultimo, più clamoroso esempio, è quello di Robert McDonald, ex-CEO di Procter & Gamble e nominato da Obama segretario agli affari dei veterani. Le “porte girevoli” di Jay Carney, a questo punto, non sarebbero una sorpresa ma la conferma di un’antica e consolidata abitudine.