Forse questa è la storia di un edificio. O forse no. La casa in questione sta in Ulitsa Pravda, proprio vicino all’incrocio con il Leningradskij Prospekt. In quella via ho abitato per dieci anni, e ci ho anche lavorato. Era la via del quotidiano più importante dell’Unione Sovietica: per questo aveva preso il suo nome. In quella via abitavano anche molti giornalisti della Pravda. E ci abitai anch’io nella mia qualità di corrispondente di un giornale “fratello” di un partito che era allora “fratello”. Era l’Unità.

Era un privilegio abitare in quei palazzi. Non perché fossero caratterizzati da particolare bellezza. Al contrario erano piuttosto brutti. Ma perché equivaleva ad essere persone “normali”, cioè permetteva di vivere come vivevano i russi, i quali non avevano al portone un poliziotto adibito al controllo dei documenti di tutti gli estranei che fossero venuti a trovarti. Il che serviva essenzialmente a scoraggiare i russi, e le russe, troppo intraprendenti verso gli stranieri. Abitare in Via Pravda, in quelle case, significava poter ricevere chiunque senza visibili impacci. Naturalmente era incluso nel servizio il fatto di avere i microfoni in casa. Ma questo era un dato comune a tutti gli stranieri, e abitare in uno dei compound riservati agli stranieri non ti avrebbe comunque esonerato da quel “servizio”.

Ma ecco che mi sono fatto prendere la mano dai ricordi. Queste note le volevo dedicare non al palazzo in cui ho vissuto, ma a quella palazzina che stava in fondo alla Via Pravda. Era un edificio dei primi del novecento, molto probabilmente costruito prima della rivoluzione d’ottobre. Forse un “osobniak”, cioè residenza di qualche commerciante danaroso. Con un sussiegoso colonnato dorico, due scalinate d’accesso, sul frontale. Locali per una famiglia numerosa, dotata di servitù, per i balli e le  feste, per le visite di cortesia dove si presentavano i pretendenti ad impalmare le figlie e a prendersi la loro dote. Quando arrivai a Mosca era diventato, da tempo, una Casa della Cultura del quartiere. Vi si tenevano conferenze, vi si faceva attività per i bambini, si ospitavano compagnie teatrali, si potevano vedere dei film. Tutto gratis. Era anche il luogo del seggio elettorale della via. Gli elettori andavano a votare, quasi tutti, e poi s’intrattenevano nel salone a degustare i “pirashki”, i cioccolatini e i biscotti della fabbrica Oktjabr, proprio a pochi passi, sul Leningradskij. Qualche volta, imparato il russo, alla Casa della Cultura ci andavo anch’io. Gli oratori, sui più vari temi, erano importanti professori universitari, o gli educatori del partito e della gioventù comunista, il Komsomol leninista. Ogni volta c’era gente: non tantissima, ma ce n’era. Venivano a sentire, nessuno li obbligava. Si facevano domande al relatore. Non molte e sempre molto pacate. Mai assistito a una lite. Si tornava a casa con qualche nozione in più. Spesso avendo acquisito un nuovo amico che poi ti avrebbe invitato a casa sua molto volentieri perché chiacchierare con uno straniero era quasi un privilegio.

Poi ci fu la contro-rivoluzione capitalista. L’Unione Sovietica cessò di esistere. Io cambiai giornale e passai a La Stampa. Anche la Pravda cessò di esistere (almeno come organo dello scomparso Partito Comunista dell’Unione Sovietica) e mi toccò traslocare da Via Pravda (che invece mantenne il suo nome) al Kutuzovskij Prospekt, per andare a collocarmi insieme a tutti i corrispondenti dei giornali “borghesi”, ai diplomatici, ai businessmen stranieri. Là c’era stato il poliziotto, con la regolare garitta, e continuò ad esserci per qualche altro anno. Poi lo tolsero. Che cosa ne fu dei microfoni non l’ho mai saputo.

Ma qualche anno dopo, ancora a Mosca ma con La Stampa, passando per caso in Via Pravda, mi trovai di fronte a una sorpresa. La vecchia Casa della Cultura non c’era più. L’edificio ancora esisteva, ma era diventato irriconoscibile, letteralmente rivestito di neon multicolori, cangianti, di fuochi d’artificio luminosi. Uno spicchio di Time Square, tanto più straripante poiché incastonato tra i palazzi grigi del Leningradskij, e davanti a un vecchio condominio scrostato. Non fosse stato per le colonne doriche avrei fatto fatica a riconoscerlo. La Casa della Cultura era diventato un casinò. Uno dei tre o quattrocento casinò della Mosca di Boris Eltsin. La Russia, colonizzata, si era trasformata in Las Vegas.

Avevo scritto, quando ancora ero a Mosca, “Proshchai Rossija!” (Russia Addio!) intendendo che la Russia aveva detto addio a se stessa. Quel Palazzo della Cultura, trasformato in albero di Natale permanente, mi confermava in quella convinzione. Ma venne il momento in cui anch’io dissi addio alla Russia. Era arrivato Putin e i casinò erano stati chiusi d’autorità, ma io ormai vivevo a Roma. Certo il mio addio era relativo. Mosca in realtà non l’ho mai lasciata del tutto. Impossibile farlo avendoci vissuto per vent’anni, avendo tanti amici là almeno quanti ne ho conservato qui, in Italia. Così, in uno degli ultimi viaggi, mi è capitato di tornare in Via Pravda. La casa in cui abitai c’è ancora, il cortile dove parcheggiavo la Zhigulì è rimasto tale e quale, tanto da farmi provare un moto di sorpresa e di singolare nostalgia. Le stesse panchine sgangherate, gli stessi ciuffi d’erba spelacchiati. Solo le auto parcheggiate non erano più russe.

C’è ancora l’edificio che frequentai come Casa della Cultura. Ma adesso è addobbato in tutt’altro modo. Ci sono palloncini rossi, di carta, che si stendono in lunga fila tra le colonne doriche. La sera si accendono e sembra di essere in una delle poche vie antiche di Shanghai, quelle rimaste in piedi per caso sotto l’offensiva dei grattacieli. Le porte adesso sono di legno scuro di ciliegio. Il timpano sopra le colonne è ora ornato con un pannello di legno lucido. E’ un dipinto che raffigura una bandiera. Rossa, senza falce e martello, ma con cinque stelle sul lato destro in alto. Una grande, quattro più piccole. Le scritte al neon sono sparite. Al loro posto una lunga fila di geroglifici, dipinti in oro, cubitali. Tutto tirato a lucido. Una sola scritta in russo: Casa della Cultura delle Repubblica Popolare cinese.