Il “salotto buono” di Mediobanca cambia le regole del patto di sindacato. Il nuovo accordo, che consente di controllare Piazzetta Cuccia per un biennio con il 31,06% del capitale, gioca a favore dei grandi soci: Unicredit, Bolloré e Mediolanum ai quali fa capo rispettivamente l’8,65, il 7,01 e il 3,38% del capitale della banca. Grazie all’introduzione di un criterio proporzionale al peso azionario nelle nomine degli amministratori, infatti, i gruppi che hanno il pacchetto di titoli più consistente si assicurano maggiore rappresentatività in consiglio rispetto ai soci più piccoli del patto. Tra cui FiatPirelli e Generali, oltre alle famiglie Berlusconi, Pesenti, Gavio e Benetton, che pure hanno avuto in passato un ruolo rilevante nella gestione dell’istituto fondato da Enrico Cuccia.

Con questa nuova struttura si rafforza Vincent Bolloré, presidente del gruppo francese delle telecom e dei media Vivendi, finito nel mirino della Consob nell’ambito delle indagini sulle movimentazioni di titoli Premafin e Fondiaria-Sai dei Ligresti prima del salvataggio siglato Unipol. Infatti il finanziere bretone, che ha appena ritoccato al rialzo la sua quota azionaria (7,1%, dal precedente, 6,46%, ed è autorizzato a salire fino all’8%), ha portato a casa il diritto a proporre ai soci la nomina di uno dei due vicepresidenti. L’altro spetterà a Unicredit. Un’importante vittoria per Bollorè che finora è stato rappresentato in consiglio da Vanessa Labarenne e dal finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, uomo molto vicino a Silvio Berlusconi come testimoniano gli affari in comune nella società di produzione francese Quinta e nella tv tunisina Nessma. E anche la vicenda All Iberian, l’inchiesta milanese (conclusa con assoluzione dell’ex premier perché il fatto non è più reato) su un presunto finanziamento illecito di Berlusconi al Psi di Bettino Craxi in cui il nome di Ben Ammar compare come il destinatario delle somme girate successivamente al partito.

Questioni lontane nel tempo, che raccontano però i legami diretti e indiretti di alcuni soci del patto di governo di Mediobanca, istituto che oggi è alle prese con una profonda ristrutturazione e la cessione del portafoglio di partecipazioni di cui ancora fanno parte le Assicurazioni Generali (13,46%) e Rcs, editore del Corriere, con il 9,93%. Proprio le dismissioni hanno permesso alla banca guidata da Alberto Nagel di consolidarsi notevolmente. Non a caso dopo aver venduto più di tre miliardi di asset il management ha annunciato cessioni per altri due miliardi di cui già 800 milioni realizzati nel primo anno. Fra queste anche la vendita di un pacchetto di azioni della ex holding di controllo di Telecom Italia, Telco, agli spagnoli di Telefonica che più di recente hanno deciso di cedere parte della quota detenuta nell’ex monopolista italiano. E di tornare ad investire nella pay tv sia in Italia che in Spagna attraverso un duplice accordo con Mediaset. Non senza rimpiangere di non essere riusciti a mettere la mani sulla filiale brasiliana di Telecom che fa gola anche all’operatore carioca Gvt, controllata di Vivendi.

La vendita dei titoli Telecom è però solo uno dei dossier aperti sul tavolo di Nagel. I cui progetti di dismissione di attività non strategiche non dovrebbero essere influenzati dal nuovo assetto del patto di Mediobanca, il cui cda si riunirà il 17 settembre per approvare i conti 2013 chiusi a giugno. Qualche novità dovrebbe esserci invece sul fronte del consiglio di amministrazione in scadenza a ottobre. Ma le candidature saranno decise solo dopo l’estate, in occasione di una riunione dei membri del patto prevista per il 29 settembre in vista dell’assemblea convocata il 28 ottobre per dare l’ok al bilancio e nominare il nuovo board. Con ogni probabilità anche il board della banca si “snellirà” arrivando a un massimo di 18 consiglieri con cinque rappresentanti dei manager e una forte componente di indipendenti. Che, come insegna il caso Telecom per il convertendo siglato da Telefonica, servono a evitare e prevenire eventuali conflitti di interesse.