Nella lingua giapponese c’è una bellissima espressione, aigo. E’ composta da due caratteri: ai, che significa amore, e go, che esprime il concetto di “proteggere”, aver cura. E’ un’espressione molto “buddista” , legata più al concetto orientale di rispetto e compassione, che a quello occidentale di affetto, spesso accompagnato da quello di “possesso”. Una delle cose che più ti colpisce, quando arrivi in Giappone, sono i tanti santuari, i tanti templi dedicati agli animali che si sacrificano (loro malgrado….) per il benessere dell’uomo. Ce ne sono dappertutto: grandi statue di balene davanti ai villaggi dei balenieri che continuano a inseguirle in capo al mondo, targhe ricordo dedicate al massacro dei delfini e altre al sacrificio quotidiano dei tonni. Persino davanti ai mattatoi ci sono dei piccoli templi dove ogni si celebrano i riti dell’iresai, sorta di apoteosi dello spirito – che secondo il buddismo anche gli animali hanno – di chi si sacrifica per la comunità. Poi, però, vai su YouTube, versione giapponese, e vedi un uomo che, filmato da un suo amico, impreca contro il suo gatto, lo mette in una gabbia per uccelli e lo affoga con particolare crudeltà immergendolo nel torrente dietro casa.

Per carità, di squilibrati è pieno il mondo ed il Giappone non fa certo eccezione. E su Nico-Nico-Douga, il portale senza censure dove è apparso per la prima volta il filmato si trova anche di peggio: c’è un “canale” che offre lezioni di tortura, e un altro che mette in contatto potenziali suicidi. Quello che colpisce è l’indifferenza delle autorità. C’è voluta una vera e propria insurrezione online, provocata da un articolo apparso all’estero, prima che la polizia si decidesse a convocare il tipo e ordinare la rimozione del filmato (che tuttavia continua a girare, ma che non ho alcuna intenzione di ripostare qui). Finirà con una ramanzina. Il tipo ha già dichiarato che il gatto gli procurava molti fastidi, che portava i suoi amici felini a giocare nel suo giardino e che per colpa sua i vicini avevano cominciato ad insultarlo e isolarlo dal villaggio. Ragioni più che sufficienti per evitare ogni conseguenza penale e probabilmente anche pecuniaria.

Il Giappone ha più volte aggiornato la sua legislazione in materia di abuso, abbandono e maltrattamenti di animali. L’ultima volta nel 2006, quando ha finalmente previsto anche sanzioni penali. Ma ad una rapida ricerca che ho fatto non risulta che sia mai stata applicata sinora. Il principio di discrezionalità (leggi: arbitrarietà) dell’azione penale, di cui polizia e procuratori fanno ampio uso anche nel caso di reati più gravi, consente alle autorità e ai media di non intervenire più di tanto in un settore – come quello della pena di morte, del resto – che non ha alcun impatto sociale. Anche la vicenda di cui vi sto parlando, se non fosse stato per un articolo apparso su un giornale tedesco (Frankfurter Allgemeine Zeitung) e l’appassionata denuncia di una star della tv, Aya Sugimoto (da tempo soprannominata la Brigitte Bardot a mandorla, per la sua lunga militanza “animalista”) sarebbe passata sotto silenzio.

L’amore dei giapponesi per gli animali – come quello per la natura: pochi paesi hanno offeso, ferito, provocato e devastato l’ambiente come il Giappone, anche se qualcuno ora sembra essersene accorto e vuole correre ai ripari – sembra aver oramai trasceso i principi buddisti del nasake (compassione) e del già citato aigo (amore e cura) per fondersi nel più effimero concetto di kawaii, cioè “carino”, trendy, “alla moda”. Lo dimostra il successo dell’industria degli animali domestici: oltre dieci miliardi di dollari di fatturato, tra un mercato gonfiato dei cuccioli esibiti e venduti come giocattoli, vestiti e gadget, istituti di bellezza, pensioni e perfino corsi di yoga e lezioni di nuoto, palestre, bagni termali e ristoranti dedicati. Ci sono interi quartieri di Tokyo – ad esempio quello dove vivo io, Shirokane – dove oramai è più facile trovare negozi per animali che per bambini.

Un giorno ho incrociato una giovane coppia, Kotaro e Etsuko. Lui pubblicitario, lei fotografa. Siamo diventati amici e mi hanno invitato a casa loro. Hanno due chihuaha, uno più pestifero dell’altro. Adam e Eva, così si chiamano, hanno la loro stanza, con tanto di armadio pieno di “vestiti”, sala giochi e bagnetto dedicato. “Io volevo dei figli – mi ha raccontato il marito, ma lei no, voleva continuare a lavorare. E allora abbiamo deciso di prendere due cani. Per noi, sono come figli. Costa meno mantenerli e non ti danno alcuna preoccupazione, solo affetto”. Kitaro ed Etsuko non sono un’eccezione. Il fenomeno è talmente diffuso che non è difficile trovare, oggi, annunci immobiliari che rifiutano famiglie con bambini e accettano invece inquilini con “prole” animale. Un fenomeno più che giustificato dal punto di vista economico-commerciale, visto che il rapporto tra animali domestici e minori di 15 anni, a Tokyo, è di oltre tre a uno, più del doppio di quello nazionale, comunque impressionante: 22 milioni e mezzo di cani e gatti (ai quali bisognerebbe aggiungere milioni di uccelli, coniglietti, tartarughe e financo insetti, come i kabuto, un tipo di cervo volante che ogni bimbo giapponese sogna di allevare) contro “appena” 17 milioni di fanciulli. Un trend apparentemente inarrestabile.

In una società che aldilà delle promesse del premier Abe non sembra offrire alcun segnale di vera e duratura ripresa, e soprattutto dove le donne che si sposano e hanno dei figli sono di fatto ancora obbligate a dimettersi e a rinunciare a qualsiasi tipo di carriera, è scontato che l’indice demografico vada in picchiata e aumentino i surrogati, come cagnolini (più sono piccoli, più sono kawaii) e micetti. Mentre in Cina le giovani coppie fanno carte false – letteralmente – per poter aggirare la legge sul figlio unico, in Giappone viene applicata volontariamente. Difficile trovare famiglie con due bambini, oggi. Molto più facile trovarne senza nessuno. Come sempre più facile è imbattersi in persone single.

La crisi economica, la paura del futuro e la “sicurezza” – quanto meno percepita – che il Paese garantisce (soprattutto nelle grandi città) alla vita da single ha profondamente modificato i valori sociali. La famiglia – e tanto meno la convivenza more uxorio – non è più un modello scontato. E’ una delle tante, e nemmeno la più ambita, delle opzioni. Con i costi di gestione sociale ed economica sempre più alti dei bambini ed il sacrificio al quale sono costrette le madri, l’opzione single with pet sta diventando sempre più cool, più trendy. E anche la più semplice da gestire, in caso si voglia cambiar vita. Sì, perché mentre sbarazzarsi di un figlio non è così semplice (ma si può fare, come ho spiegato in un mio precedente articolo su questa rubrica) per un animale domestico basta fare un numero di telefono. I giapponesi sono persone civili. E non abbandonano i loro animali per strada. Li fanno gasare. Sono 170mila i cani e i gatti che ogni anno fanno questa fine. “Molto meglio così, che finire per strada o rinchiusi in un canile” è la risposta che la maggior parte dei mie amici giapponesi mi dà, quando pongo la questione. Chissà, forse hanno ragione.