Londra si vuole tenere Edimburgo e fa gli scongiuri per il referendum. E inizia a reagire partendo dallo spazio. Sarà molto probabilmente la Scozia a ospitare il primo “spazioporto” che il Regno Unito vuole costruire, per renderlo operativo dal 2018 e in grado di ospitare quei voli “galattici” che la Virgin di Richard Branson e un’altra compagnia, l’americana XCor, vogliono avviare dalla fine di quest’anno. L’annuncio della nuova struttura arriva proprio per bocca del premier britannico David Cameron, in questi giorni al salone dell’aeronautica e dell’aviazione di Farnborough (presenti il ministro della Difesa del governo Renzi, Roberta Pinotti, e di aziende italiane quali Finmeccanica), si parla di uno “spaceport” dedicato ai voli commerciali turistici e al lancio di satelliti per imprese private, e si viene ora a sapere che, delle otto possibili destinazioni di tutti questi fondi che arriveranno dall’esecutivo del Regno Unito, ben sei sono in terra scozzese. Così, con il referendum che si avvicina e che si terrà il 18 settembre di quest’anno, e dopo che Londra le ha provate veramente tutte (dal dire che la Scozia entrerà in bancarotta al minacciare ritorsioni diplomatiche e a livello europeo), ora si prova con la “via galattica”, promettendo agli scozzesi un nuovo tassello di un settore, quello aerospaziale, che già ora al di qua della Manica vale 11 miliardi di sterline, circa 14 miliardi di euro, dando lavoro a 34 mila persone.

Fra le spiegazioni ufficiali, c’è anche la “scarsa” – almeno relativamente rispetto ai cieli inglesi – frequentazione delle rotte che sorvolano la parte più a nord della Gran Bretagna. La struttura sarà inoltre anche la prima al di fuori degli Stati Uniti, dove, in New Mexico, dalla fine di quest’anno Virgin Galactic invierà le prime navicelle (anche se sono più che altro degli aerei speciali e modificati) nello spazio. Con 140mila euro si potrà sperimentare un volo lassù in alto di 150 minuti, con sei minuti di totale assenza di gravità a una distanza di cento chilometri dal livello del mare. Già diverse personalità del mondo dello spettacolo si sono dette disponibili a viaggiare e avrebbero, secondo alcune voci, già pagato la quota: si va da Leonardo di Caprio a Kate Perry e Russell Brand, da Justin Bieber ad Angelina Jolie e Brad Pitt, da Paris Hilton a Kate Winslet, fino allo scienziato Stephen Hawking (a cui tuttavia Branson, previsto nel primo volo, dovrebbe dare un “passaggio” gratuito, visto il suo ruolo nel progresso della conoscenza dello spazio).

I voli saranno appunto disponibili inizialmente nel deserto statunitense, ma non è escluso che nuove star e celebrità inizino a prenotarsi per un volo dalla Scozia alle stelle nei prossimi anni. A nord del Vallo di Adriano, del resto, hanno sede anche diverse società che costruiscono e lanciano nello spazio satelliti commerciali, un altro settore su cui il premier Cameron vuole puntare. Obiettivo di Londra, arrivare a occupare il 10% del mercato delle “cose spaziali” entro il 2030. E una pista in Scozia, sempre che a settembre non diventi indipendente, potrebbe essere una soluzione.

Intanto, nelle ultime evoluzioni di un dibattito sempre più acceso (iniziato a riscaldarsi non appena l’Inghilterra è uscita dai mondiali di calcio), si aggiunge anche il referendum “fantoccio” che si è tenuto ieri a Corby, cittadina del Northamptonshire, quindi inglese, ma dove il 15% della popolazione è di origine scozzese. Lo scorso fine settimana si è tenuta appunto la consultazione: il “sì” all’indipendenza ha preso solo 162 su 576 voti validi, mentre ben 414 cittadini si sono espressi contro. Chiaramente, solo un piccolo segnale e va scritto che l’ultimo sondaggio ufficiale commissionato da Edimburgo dava più o meno allo stesso livello (circa il 30% dell’elettorato per ciascuna delle posizioni) favorevoli e contrari, con il restante 40% composto da indecisi.

Proprio su questi nelle prossime settimane si giocherà la battaglia fra Alex Salmond, primo ministro di una Scozia con già ampi poteri di devoluzione e leader dello Scottish National Party, e David Cameron, che non ha potuto negare la consultazione ma che, da buon inglese educato fra Eton, Cambridge e Oxford, proprio non ne vuole sapere di lasciar andare via la Scozia del petrolio e del gas, dei castelli dove la regina Elisabetta passa le sue estati e quella Scozia ottenuta dopo battaglie e guerre costate care. Ora, appunto, la disfida dello spazio. In molti sotto il Big Ben sperano che, per Westminster e per il potere britannico di matrice inglese, non si passi dalle stelle alle stalle.