Il Senato sta per essere dismesso ed è anzi già trasformato in un detrito, in un luogo perduto e inutile della Repubblica. Al suo posto nascerà un punto di ritrovo provvisorio, sede del nulla, crocevia di minuscoli potentati regionali. Il popolo è sovrano e il Parlamento è la sua espressione, dice la nostra Costituzione. E invece non sarà più così. Una Camera eletta e l’altra nominata, una che decide e l’altra che fa ornamento, corona, se non cestino delle vergogne. Qui non è più Matteo Renzi a dover essere giudicato ma il senso dello Stato di coloro che in nome del popolo sovrano sono stati chiamati a esprimere in libertà e coscienza il proprio giudizio. Possibile che Sergio Zavoli, il decano dei senatori, valuti come spaventosa questa riforma facendola derivare da un ricatto politico e nulla accade?

E perché mai il premier ritiene di poter dire che il testo è “inemendabile” quale emergenza nazionale suggerisce una statuizione così definitiva? Si può convenire sulla necessità di superare il bicameralismo perfetto, concordare anche sulla urgenza di ridurre il numero dei parlamentari, le indennità e i privilegi e comunque affrontare la questione attraverso un atteggiamento meno compulsivo. Se dovrà essere il Senato delle autonomie quale scandalo sarebbe accogliere la proposta, da ultimo presentata su questo giornale dal professor Zagrebelsky, di eleggere i cento senatori attraverso un suffragio a base regionale? Cosa toglierebbe alla velocità di Renzi una riforma che rielaborasse le funzioni del Parlamento, concedendo a una Camera ciò che non sarà nei poteri della seconda, lasciando però che l’espressione della volontà popolare venga dispiegata? Chi tradirebbe il presidente del Senato se oggi comunicasse la sua decisione di dimettersi invece di accettare una riforma che è un pasticcio di rara perfezione?

il Fatto Quotidiano, 16 Luglio 2014