La convivenza non è stata mai facile. Ognuno cerca la sua libertà, i suoi spazi. Ognuno vorrebbe mantenere in vita le proprie abitudini. Convivere, però, è possibile, necessario, anzi obbligatorio. Per farlo occorre avere rispetto per le esigenze altrui e tenere in grande stima la dignità della persona umana. La povertà rende le persone fragili, nervose. A Castelvolturno, stupenda zona del Casertano, laddove il mare e le pinete rendevano più sereni i giorni, da diversi anni non si vive più. L’arrivo di migliaia di immigrati africani, senza alcun piano di accoglienza, di sistemazione, di lavoro, ha portato disagi e scompiglio nella comunità locale. Quel territorio si è trasformato in una pericolosa polveriera.

L’altro giorno due italiani, padre e figlio, hanno ferito due ivoriani. Non entriamo nel merito della lite, in questo momento non ci interessa. Sappiamo che gli immigrati sono insorti contro la comunità locale, dando alle fiamme qualche autovettura e manifestando per le strade. Non è la prima volta. Nel 2008, dopo la carneficina di sei africani da parte del gruppo stragista del clan dei Casalesi, ci furono disordini e sommosse. Il fatto è che i residenti si sentono in ostaggio degli africani. Razzismo? Assolutamente no. Chi ha ragione, dunque? Da che parte debbono stare la società civile e la Chiesa locale? È possibile, in questo caso, una distinzione netta tra vittime e carnefici? Credo di no. In questa brutta storia anche gli stessi carnefici sono vittime. Vittime gli italiani ai quali, nel giro di qualche decennio, è stata sottratto il territorio, il mare, la sicurezza. Vittime  i fratelli immigrati che arrivano in cerca di tranquillità e di lavoro e non trovano né l’uno né l’altro.

Il discorso si fa serio. È notizia di questi giorni che un italiano su dieci vive in situazione di estrema povertà, la maggior parte al Sud. Sono i nostri poveri. I poveri che conosciamo per nome, che non sanno più a che santo votarsi per mettere la cena a tavola la sera. Tra questi poveri, che già tiravano la cinghia, sono approdati e continuano ad arrivare  i fratelli di colore, con le loro esigenze, i loro diritti, la loro rabbia, la loro fame. Tanti di essi vengono sfruttai dagli italiani nei lavori nei campi o nello smercio della droga. Tantissime donne – giovani, belle donne – che avrebbero meritato ben altra sorte, si sono ritrovate ai bordi delle strade a svendere  a poco prezzo il loro corpo. Donne tenute in una vera e propria condizione di schiavitù, sotto gli occhi di tutti. Tanti campani che negli anni 60-70 avevano investito i loro risparmi per la casa al mare, nemmeno vi si recano più. La zona si è fatta pericolosa, malsicura; il più delle volte, poi, la casa è stata occupata.

C’è malcontento, dunque, a Castelvolturno, Pescopagano e lungo tutto  il litorale domitio. Un malcontento dovuto soprattutto alla cattiva gestione del territorio. Quando lo Stato non è presente, le redini del comando le prende il più forte. Si consolida in questo modo la legge della giungla. Credo che camorra, mafia, ‘ndrangheta trovino in questo vuoto di potere la capacità di sopravvivere e di rigenerarsi. Gli immigrati avrebbero meritato  più attenzioni di quante ne abbiano ricevute, mentre ai cittadini indigeni andava assicurato il diritto a non avere la vita stravolta. Ammassare le povertà non conviene a nessuno, anche se a prima vista il peso cade sulle comunità locali. Possibile che a nessuno venga in mente di chiedersi come facciano a sopravvivere migliaia di immigrati senza lavoro, senza casa, a reddito zero? Si comprende facilmente come questi fratelli siano fatto oggetto di grande attenzione da parte della malavita locale.

Dobbiamo a tutti i costi arrivare prima che gli animi si inaspriscono. Il nostro è un popolo pacifico ma le tensioni che subisce sono tante. Esasperare gli animi è pericoloso. Occorrono, invece,  serenità e buona volontà per trovare le migliori soluzioni per tutti. Lo Stato, però, deve smettere di essere distratto e deve farsi accanto ai cittadini. Per il bene di tutti.