Un governo più euroscettico, più “rosa” (con più donne) e assolutamente sorprendente quello uscito la scorsa notte dal rimpasto voluto dal premier britannico, il conservatore David Cameron, che guida l’esecutivo di coalizione con il partito liberaldemocratico. Si avvicinano le elezioni, previste nel maggio del 2015, e il leader dei Tory ha pensato bene di far virare uomini e donne di fiducia sempre più lontano da Bruxelles. A stupire analisti e giornalisti, è stato soprattutto il trasferimento di Philip Hammond, spostato dalla Difesa agli Esteri, un uomo tutto d’un pezzo (e giudicato fra le righe poco simpatico dai giornali del Regno Unito) e soprattutto un profondo sostenitore della linea “dura e pura” contro l’Unione europea. L’anno scorso Hammond fu uno dei pochi ministri a dire che, in un eventuale referendum “dentro o fuori” dal recinto comunitario (più volte promesso e quasi minacciato da Cameron), lui voterebbe per l’uscita, in mancanza di una seria riforma dei trattati che legano Londra al resto del continente. Poi si astenne anche dal voto sul matrimonio gay, già una realtà da marzo in Gran Bretagna, giudicandolo “controverso”. Ora, appunto, Hammond va a guidare il delicato Foreign Office, sostituendo William Hague, pezzo da novanta della diplomazia britannica e del governo Cameron, che va invece a coordinare le relazioni fra esecutivo e parlamentari a Westminster, dicendo però di non ricandidarsi nel 2015. Alla Difesa va ora Micheal Fallon, vice ministro alle Imprese.  

Intanto, martedì sera, migliaia di insegnanti del paese andranno a festeggiare nei pub, su Facebook e su Twitter si moltiplicano gli inni alla gioia e le chiamate alle armi per le grandi bevute celebratorie. Il motivo è semplice, nella truppa dei “dimissionati” da Cameron c’è anche Michael Gove, fino a ieri ministro dell’Educazione, ex giornalista del Times e contestatissimo (anche durante lo sciopero dei dipendenti pubblici della settimana scorsa) dal quasi intero corpo docente del regno di sua maestà. Gove ha più volte fatto andare su tutte le furie gli insegnanti, a causa di riforme della scuola giudicate troppo di destra (e, a volte, troppo sconclusionate) e soprattutto a causa di ritocchi, chiaramente al ribasso, di stipendi e pensioni. Maestri e professori del Regno Unito, anche grazie a Gove, pur lavorando in scuole in gran parte pubbliche devono sottostare sempre più a logiche aziendalistiche, con turni di lavoro che, nonostante gli stipendi molto più alti di quelli italiani, per esempio, vengono giudicati massacranti e sottopagati. Ora Gove andrà a fare il “chief whip”, una sorta di capogruppo dei conservatori in parlamento, mentre al suo posto arriva una delle donne messe nei posti chiave in queste ore, Nicky Morgan, già sottosegretario per le quesioni femminili. 

Fra le altre donne promosse, anche Liz Truss, ex sottosegretario all’Educazione, che diventa ministro per l’Ambiente. E sono tante anche fra quei dodici nuovi sottosegretari, con uno spostamento verso la metà femminile della politica che molti, in queste ore, vedono come un tentativo di Cameron di apparire più “politically correct”. Ma non vi è dubbio come la tendenza più importante di questo rimpasto sia l’euroscetticismo spinto. Del resto Nigel Farage, con il suo Ukip, ha vinto le elezioni europee nel Regno Unito. Uno smacco al partito conservatore, evidentemente giudicato dai britannici troppo poco “anti-Bruxelles”, così ora il partito dei Tory cerca di porre una pezza. Così, allo stesso modo, ha influito su questa scelta la nomina di Jean-Claude Juncker, politico lussemburghese, alla guida della commissione europea. Juncker era stato sfiduciato più volte, prima della designazione, dallo stesso Cameron, che lo giudicava troppo “federalista” e portatore di una visione dell’Unione europea che andava troppo contro le necessità del Regno Unito. Ora la stampa anglosassone titola “un bagno di sangue”, “un rimpasto drammatico”, “una purga degli uomini di mezza età”. Rimane il fatto che il terremoto interno al governo è visto sempre più, in queste ultime ore, come un arroccamento di un Regno Unito sempre più solo nelle sue posizioni, sempre più isolato da Bruxelles e da Strasburgo, sempre più a rischio di crisi di identità. E il referendum per l’indipendenza della Scozia, il 18 settembre, è dietro l’angolo.