Il treno. Fin da piccolo amavo andare alla stazione a guardare i treni che partivano. Mi davano un senso di libertà. Ai tempi non avrei mai pensato che il treno per me sarebbe stato tutto tranne la libertà. Non pensavo che da adulto, avendo perso l’uso delle gambe per camminare, sostituendole con 4 ruote, quel mezzo per me sarebbe diventato un incubo, più che un sogno. Invece è così e non solo per me, ma per tutti quelli che appartengono alle 4 ruote con cui un disabile si deve spostare. Non voglio dire che per i bipedi prendere il treno sia sempre un qualcosa che non ha nessuna complicazione, so bene che non è così. Ma qualche intoppo in più per i “ruotabili” c’è. 

In questi giorni ha fatto molto rumore la protesta pacifica di Iacopo Melio sulla difficoltà di prendere un treno da parte di una persona con disabilità motoria. Il tutto è iniziato da uno scambio di tweet con l’ex ministro Maria Chiara Carrozza, come racconta Iacopo nel suo blog, ed è diventato un hashtag virale #vorreiprendereiltreno che in pochi giorni ha coinvolto centinaia di persone in rete con le loro foto per solidarietà. Le potete vedere sul sito. L’ex ministro ha poi incontrato personalmente Iacopo al “Sant’Anna” di Pisa. Anche altri personaggi politici hanno risposto, come il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. E poi tv, radio, giornali.

 

E adesso? Trenitalia ha dato una sua risposta, se così la si può chiamare. Un elogio a se stessa di tutto ciò che è stato fatto per rendere la vita di una persona disabile in movimento sui treni, più semplice. Ok, tanto è stato fatto ma sfugge ancora il metodo, lo spirito, l’atteggiamento e la predisposizione su come si debba lavorare per abbattere queste barriere. Sì, perché l’accessibilità non può essere solo l’agibilità di un mezzo o di negozi, treni, strutture ricettive etc. ma si deve tener conto anche della qualità dell’accessibilità e della sua autonomia. Che cosa intendo? Rimaniamo sul tema dei treni. Salvo eccezioni, se una persona vuol salire in treno e si muove con una sedia a rotelle, il modo utilizzato è quello che vedete in foto.

Ulivieri-treno

Un carrello, carretto, sollevatore, chiamatelo come volete, utilizzato per evitare gli scalini. Ogni volta che lo utilizzo mi viene da scherzare, amaramente, con mia moglie imitando il verso del cavallo. E’ così che mi sento. Le differenze non sono poi molte. Sono trasportato in una gabbia. Potete immaginare tutta la gente che si ferma a guardarti. Come se già non bastasse ad attirare l’attenzione, i carretti nuovi hanno pure il suono che avvisa del movimento e l’ultima perla, una lampadina che s’illumina, tipo sirena dell’ambulanza. Fosse mai che qualcuno ancora non si è accorto di me. Manca solo lo speaker al megafono che annuncia il mio arrivo. Capite adesso cosa intendo per qualità e autonomia dell’accessibilità?

Non dovete trovare il modo di trasportarmi all’altezza dell’entrata del vagone ma portare quell’altezza alla mia e all’altezza di tutti quelli che hanno difficoltà a superare quegli scalini: persone anziane, mamme con i passeggini e perché no, anche la gente comune con le valigie. Si guadagna in qualità dell’accessibilità, velocità dell’accessibilità e autonomia dell’accessibilità. Una volta un responsabile di Trenitalia mi rispose: il problema poi è che è difficile che tutte le banchine abbiano la stessa altezza. Bene. Sono disponibile metro in mano a misurarle tutte e darvi direttive. Basta?