Underground – come tutti sanno – significa sottosuolo. Da ciò deriva che parlare di arte underground, del ‘sottosuolo’, assume in Russia un significato particolarmente ambiguo, in senso specificatamente letterario. Per motivi dostoevskiani, ovviamente.

Detto questo, la generazione underground della poesia russa contemporanea, quella degli anni ‘70 e ‘80,  diffusa attraverso quella peculiarissima forma di autoproduzione conosciuta come samizdat, ha poi motivi di complessità suoi propri, dovuti tanto alla particolare ‘traduzione’ che i russi danno di alcuni ‘ismi’ occidentali, primo fra tutti il ‘concettualismo’, quanto alla spiccata personalità ed autonomia di molti dei suoi protagonisti, spesso uniti più da uno stile di vita, che da un comune orizzonte di poetica.

È questo il caso di Dmtrij M. Prigov e di Michael Ajzenberg di cui escono in Italia alcune importanti raccolte.

Alessandro Niero, dopo aver curato per Terra Ferma una prima raccolta di poesie di Prigov, Trentaré testi, ora edita, presso Marsilio, Oltre la poesia, uno splendido volume che unisce poesia e arti visive e che è anche un’intelligentissima riflessione sulla ‘traduzione’, affidata a quattro diversi autori, operazione particolarmente difficile, quest’ultima, in un autore come Prigov, che, pur adottando schemi ‘tradizionali’ (la rima prima di tutto), in realtà lavora contemporaneamente su più livelli, con aspetti metalinguistici e fraseologici che spesso pongono al traduttore difficoltà durissime da superare.

Di Michail Ajzenberg, invece, esce, presso Transeuropa, Poesie scelte (1975-2011), grazie alla traduzione e all’ottima cura della giovane studiosa Elisa Baglioni, in cui viene offerto al pubblico italiano anche un fondamentale saggio di Ajzemberg dedicato all’underground russo e intitolato, per l’appunto, Per una definizione del sottosuolo.

Il primo libro di Prigov che ho visto in vita mia era un gruppo di fogli di carta velina bianca, quella per macchina da scrivere, rilegato con dei punti metallici. Era il 1991 e il samizdat in questione ce l’aveva tra le mani Prigov stesso, in quella che credo sia stata la sua prima esibizione italiana, durante il festival Milano poesia, le cui serate spettacolari quell’anno coordinavo. Quando poi ho sentito Prigov leggere, mi è subito venuto in mente quanto ossimorica fosse quella condizione samizdat: su quella carta velina, così sottile, stava una materia densissima, non solo a livello di parole – a livello letterario –ma più specificatamente vocale, sonoro. 

L’energia di Prigov, la sua maestria di modulare suoni, ma anche la densità con cui nei suoi testi svariati ed eterogenei strati si fondevano, configgevano, dialogavano, tagliando la gola all’io del poeta – che pure quel linguaggio vocalizzava – e regalavano al linguaggio la sua autonomia, strappando alla poesia ogni alibi consolatorio, erano stupefacenti. Artista polimorfo, poeta, pittore, performer, autore d’installazioni ed attore, Prigov è stato certamente la figura di maggiore spicco della poesia russa dell’ultimo trentennio, la sua ‘poesia totale’ fa venire in mente  – per molti versi – quella di Adriano Spatola e non a caso per lui concettualismo rimanda essenzialmente all’opera di Duchamp e Cage cioè a un ambito spiccatamente ‘performativo’ delle arti.  

In più c’è il sarcasmo, il ghigno, apparentemente dissennato, il gusto, sadico e innamorato, di torturare la lingua sottraendole, ogni volta che sia possibile, il salvagente del senso comune.

Per molti versi opposta è la figura di Michail Ajzenberg, molto più letterato del primo, ma soprattutto molto più ‘interiore’, poiché – come sottolinea Baglioni – «se all’esterno regnano il feticcio e la farsa, all’interno lo spazio è vuoto, doloroso e sprovvisto di utopie». La poesia si trasforma allora in un «balbettio o un dialogo tra sé e sé». Nessuna resa, sia chiaro, solo la presa d’atto di una condizione materiale e ‘storica’. Ne nasce una poesia che è  una sorta di «massa diffusa, disseminata, un pulviscolo» nata dall’io di un poeta che si autodefinisce «un uomo di nostalgia», dove la nostalgia, tanto quanto l’interiorizzazione, sta a rappresentare tanto la coscienza di una sconfitta, quanto la voglia e la capacità di immaginare, in ogni caso, un futuro. Sia per le parole, che per l’uomo che le immagina e le articola.

Che esperienze tanto opposte abbiano condiviso il medesimo ‘sottosuolo’ sembra dimostrare, insomma, come la poesia, qualora si contestualizzi in una situazione dove alla parola sia imposto un interdetto, tenda a privilegiare, prima che le poetiche, i comuni atteggiamenti etico-politici ed esistenziali, come insomma, nel suo essere prima di tutto medium e spazio temporaneamente libero e liberato, essa si faccia ricerca e dialogo, prima ancora che scontro tra Avanguardia e Tradizione.

Che è poi, mi pare, la tesi sostenuta da Ajzenberg nel saggio che chiude la sua raccolta. Una tesi su cui forse sarebbe il caso di riflettere un po’ in più.