Alla fine, vince l’Europa – per la prima volta in America -: la Germania del rigore (e, nell’antologia dei luoghi comuni, dell’organizzazione) batte l’Argentina, campione di default (e, a priori, di estro). E fanno 11 Mondiali all’Unione – quattro ciascuno Italia e Germania, uno ciascuno Gran Bretagna, Francia e Spagna – contro 9 al Resto del Mondo – cinque al Brasile, due ciascuno a Uruguay e Argentina.

Certo, la svelta – e piccola – Olanda faceva più simpatia della massiccia – e grande – Germania. Però, gli olandesi, fuori contro l’Argentina ai rigori, sono politicamente portatori dello stesso messaggio: prima i conti in ordine, poi la flessibilità. I cui alfieri, al Mondiale in Brasile, non sono stati brillanti: Italia e Spagna fuori subito, come l’Inghilterra – che non rientra in nessuna categoria Ue -, Grecia agli ottavi, Francia ai quarti.

La metafora calcistica vale quel che vale, cioè poco. Ma l’Italia, presidente di turno del Consiglio dell’Ue, farà bene a non sottovalutare, nel dibattito sulla flessibilità, dove per ora si fa una melina persino stucchevole, la determinazione dei suoi interlocutori: quelli del rigore sono tosti, sanno trasformare le stagioni di difficoltà in momenti di crescita di rinnovamento.

Così, dopo la delusione casalinga inflittale dall’Italia 2006, la Germania calcistica campione 2014 ha fatto il percorso dell’integrazione riuscito per prima all’Olanda degli Anni ’70, con molucchesi e surinamesi, e poi alla Francia del ’98, con la sua nazionale multi-etnica. E senza nulla perdere nell’organizzazione ha acquisito diversità e pizzichi di fantasia.

Il calcio è un’altra cosa? Certo. Ma dalla Germania che chiedeva – e otteneva – flessibilità agli albori dell’euro sono uscite le riforme e un’economia ora solida. Mentre dai nostri anni di riforme sempre promesse e mai fatte è uscita quest’Italia che non cresce, afflitta dalla sindrome del Gattopardo e che rischia di confondere il cambiamento con la rottamazione della competenza.