Tsipras chi? Quello che in Grecia c’è riuscito partendo da Syriza? Quello che i reduci delle tante, troppe, sinistre italiane vorrebbero seguire senza formare uno straccio di base politica? Quello de L’Altra Europa che “no, non si possono fare manifestazioni congiunte con i partiti della sinistra sul piano locale, se siamo in corsa per le Europee”. Inutile e comodo.

Se il politicante di sinistra, gregario e pavido per natura, si aspetta il leader salvatore che arriva da lontano, si sbaglia. Se spera di evitare il necessario passaggio di formazione, confronto, e revisione interna, fallisce. Se si aspetta di andare a traino, di prendere in blocco il “pacchetto già confezionato”, dovrebbe fare un altro genere di passo: allontanarsi dalla politica, andare in un’agenzia di viaggi, comprarsi un altro pacchetto. E fare una vacanza per pensarci su. Perché deve chiedersi dove vuole andare e prendersi il tempo di rendersi conto che costruire è faticoso ma necessario. E’ per questo approccio sbagliato – almeno per il momento, almeno per come lo intendo io – che il progetto Tsipras in Italia sembra destinato a fallire. Pensare di proporre il modello greco in uno Stato con condizioni ben diverse è un’utopia bella e buona. E i militanti della sinistra, divisi in mille rivoli e spaesati, dovrebbero accorgersene.

Comodo trovare la cena pronta, la casa in ordine. Ma siamo sicuri che in quella casa della sinistra italiana che non crea un suo progetto politico, ma scopiazza sperando nel leader salvatore, ci entri qualcuno? E siamo certi che gli elettori si uniranno e si siederanno a una tavola dove vedono già che da mangiare c’è solo per i soliti noti? Orfani di rappresentanza, i militanti della sinistra italiana si aggrappano a ciò che resta dei loro partiti, carichi di domande e in attesa di capire da che parte andare. I vertici che fanno? Invece di trovare il coraggio di cambiare il sistema, di affrontare la questione generazionale e di abbandonare la nave che affonda (invitando tutti a farlo), confidano nel salvatore di turno. E intanto restano comodi comodi a sedere, da bravi attori di uno scadente remake di Titanic.

Ma c’è un però, e non è fatto solo di luoghi, ma di tempi. La politica ha un’evoluzione rapidissima. Oggi viaggia a una velocità mai vista. Se un tempo i cambiamenti avvenivano molto più lentamente, adesso si bruciano le tappe: si cerca la soluzione rapida e immediata senza un briciolo di programmazione, senza che si gettino nuove basi politiche e senza rivisitare le fondamenta ideologiche. Così ci troviamo davanti ancora una volta la sinistra divisa in mille pseudo sinistre, con Sel allo sbando, i militanti disorientati e orfani di leader, un Migliore di turno che sogna Napoli, un Ferrero immobile contornato da velleitari, una sinistra del Pd debole ma tanto capace di fare la rivoluzione a suon di slogan. E i movimenti che galleggiano nel mare dell’inconcludente “sinistra diffusa”, poco diffusa e più autoreferenziale di sempre. Allora, mi chiedo, che vogliono fare i reduci della sinistra italiana? Restare divisi fingendo, con la loro costante ipocrisia, di avere tante anime da unire? O creare qualcosa di nuovo sulla scia di quanto è stato fatto in Grecia? Perché se sperano di risolvere tutto adottando Tsipras il salvatore, hanno sbagliato strada. Non è la loro, né la mia. Perché se pensano di mantenere tutti gli attuali gruppi dirigenti, di riproporre sempre le solite facce senza il minimo ricambio, e soprattutto senza mai porsi la questione generazionale, sono destinati a sparire. Se non l’hanno già fatto.

E’ faticoso, certo, ma recuperare l’identità di fondazione basata anche sugli ideali, strutturarla, farne un progetto politico aperto sul serio senza raccontarsi balle, è l’unica strada. Peccato che manchi il coraggio. Peccato che manchi la voglia. Peccato che manchi uno sguardo fuori dal Pd. Peccato che ci sia ancora la speranza che chi nel Pd non ha avuto il coraggio fino ad oggi di scoprirsi di sinistra, lo trovi all’improvviso. Peccato che attecchisca meglio il fondamentalismo di destra, e con questo bisogna farci i conti. Peccato che la parola unità sia stata cancellata nei fatti. Peccato che in Italia la lista Tsipras non sia nata da un progetto politico ma da un’esigenza elettorale. Solo per avere rappresentatività, o quasi. Peccato che se non si riparte da un progetto politico nuovo si sia destinati a essere contaminati da una costellazione di anime ereditate dalla frammentazione. Anime che, ahimè, ancora una volta non si incontreranno mai.