Di fronte all’orrore che ancora una volta si sta perpetrando in Palestina davanti ai nostri occhi impotenti, con la conta dei morti e feriti aggiornata di ora in ora, c’è una frase che continua a tornarmi in mente:

Volevamo la pace”.

Tre semplici parole che ho letto in un’agenzia stampa il giorno dopo che la maledetta uccisione dei tre giovani coloni israeliani è stata resa pubblica. Il presidente della Pa Mahmoud Abbas aveva convocato un consiglio di emergenza della leadership palestinese; il suo portavoce Abdallah aveva pubblicamente espresso dispiacere per gli omicidi ed aveva aggiunto: “Volevamo che fosse creata la pace in questa parte del mondo, cosicché nessuna madre o famiglia sia in lutto per la perdita dei suoi amati, palestinesi o israeliani”.

Quanto suonano amare queste parole oggi, a pochi giorni di distanza, mentre la striscia di Gaza si trova di nuovo sotto il fuoco delle bombe e dei missili israeliani e Israele sotto il lancio dei razzi da Gaza!

Leggo avidamente i giornali ma, per quanto gli articoli siano scritti più o meno bene, i dati più o meno accurati, più o meno aggiornati sui numeri di attacchi, di morti e di feriti, un senso di frustrazione mi assale. Salvo rare eccezioni, i giornali (le news per l’appunto) presentano ciò che sta accadendo come l’ennesima spirale di violenza dove due parti in guerra si confrontano, in una facile retorica di cattivi contro buoni, facili torti e ancor più facili ragioni. E quindi: bombe su missili e missili su bombe. “Pioggia di missili di Hamas su Israele”. “Israele bombarda Gaza in risposta ai missili di Hamas”.

Ma si può semplificare quest’ultima escalation di violenza così? È un errore, penso, guardare le cose in modo isolato, come se questa guerra fosse iniziata tre giorni fa. Come ci ricorda in questo video, assolutamente da guardare per la sua lucidità e chiarezza, Miko Peled, attivista israeliano e figlio di un ex-generale poi convertitosi a sua volta in attivista per i diritti dei palestinesi, ciò che sta accadendo (di nuovo) in questi giorni è una diretta conseguenza del criminale blocco imposto da molti anni su Gaza da Israele, in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali della popolazione civile. Sono in realtà oltre 60 anni – ossia dalla sua “creazione” come diretto risultato della creazione dello Stato di Israele nel 1948 con conseguente espulsione della popolazione palestinese/araba – che la Striscia di Gaza è vittima della violenza e degli attacchi israeliani.

Occorre dunque contestualizzare, rimettere in ordine gli eventi, ma soprattutto ricordare; ricordare i fatti da cui si è partiti. Non pretendo in questa sede di tornare al 1948, e neanche al 1967, ma diciamo, almeno a tre settimane fa, a quel 12 giugno scorso in cui è stato dato l’annuncio del rapimento di tre giovani coloni israeliani nella Cisgiordania occupata.

La triste vicenda, peraltro ancora poco chiara sotto diversi aspetti, ha dato il la ad una massiccia campagna da parte delle forze israeliane. Hamas è stata subito indicata come responsabile, nonostante le ferme smentite da parte dei dirigenti del movimento che hanno più volte dichiarato la loro totale estraneità al sequestro.

Nei giorni immediatamente successivi al fatto, Israele ha condotto pesantissime operazioni di polizia e militari nel territorio Palestinese occupato, con il pretesto di cercare i ragazzi rapiti e i responsabili del loro sequestro. In particolare in Cisgiordania oltre 400 palestinesi sono stati arrestati e cinque sono stati uccisi dalle forze israeliane durante la campagna di arresti delle ultime tre settimane.

Le operazioni condotte dalle forze armate israeliane nelle settimane seguenti il rapimento e la successiva notizia del ritrovamento dei corpi dei tre coloni sono state talmente violente, arbitrarie ed indiscriminate da spingere una organizzazione come Human Rights Watch (notoriamente bilanciata quando si tratta di Israele) a pubblicare un rapporto di oltre 10 pagine nel quale le azioni di Israele sono definite senza mezzi termini come “punizione collettiva”. Vi invito alla lettura del rapporto, che analizza nel dettaglio le operazioni di arresti arbitrari e di massa, le detenzioni ingiustificate, l’uso illegittimo della forza, la distruzione ingiustificata di proprietà privata, la demolizione delle case delle famiglie dei sospetti responsabili e altri membri di Hamas, gli attacchi contro abitazioni private e uffici dei media, nonché il ricorso sproporzionato alla forza letale.

Già qualche giorno prima, il 23 giugno, Pax Christi Italia aveva diramato un allarmante comunicato stampa (rimasto quasi inascoltato) nel quale, se da un lato si condannava duramente il rapimento dei tre giovani coloni israeliani, si condannavano altresì le reazioni del governo israeliano “che poco hanno a che fare con la legittima richiesta di liberazione dei ragazzi stessi”. L’organizzazione, presente il loco da molti anni, dava notizia di uccisioni arbitrarie, di perquisizioni notturne, di danni a centri medici e commerciali, di tagli dell’elettricità e delle linee telefoniche e metteva in dubbio che lo scopo di tutto ciò fosse localizzare i ragazzi rapiti quanto piuttosto “colpire indiscriminatamente la popolazione sotto occupazione e renderne impossibile la vita quotidiana al fine di continuare impunemente l’opera di pulizia etnica del territorio palestinese.”

Parallelamente Israele cominciava a bombardare Gaza, sempre con il pretesto di colpire militanti e membri di Hamas. La demonizzazione di Hamas “a prescindere” si è resa evidente da subito, ed in particolare quando il capo del governo israeliano, Netanyahu, ha dichiarato che l’incidente era la conseguenza della “partnership” tra Hamas e Fatah sotto la leadership Palestinese di Mahmud Abbas.

Occorre infatti ricordare che le due fazioni politiche palestinesi avevano firmato un accordo proprio lo scorso aprile, dopo anni di divisioni, a seguito del quale a maggio avevano formato un governo pseudo tecnico “di unità nazionale”. Tale governo, nonostante le veementi proteste di Israele, era stato riconosciuto dalla comunità internazionale e aveva riacceso le speranze della popolazione di Gaza, che il blocco totale imposto come conseguenza della presa di potere di Hamas nel 2006, potesse essere presto rimosso.

Forse non sapremo mai chi sono i veri responsabili, ma certamente il rapimento e uccisione dei tre giovani coloni israeliani non poteva accadere in un momento peggiore nella prospettiva palestinese di una evoluzione positiva del conflitto.

D’altra parte l’uccisione dei tre coloni, così come la durissima repressione a ciò seguita, compresi gli atti di vendetta privata, tra cui, ma non solo, l’orrendo omicidio di Mohammed Abu Khdeir, sono serviti per qualche settimana almeno a riportare i riflettori sulla situazione disperata della Cisgiordania occupata, Gerusalemme Est inclusa.

Troppo spesso infatti si parla del conflitto come se fosse limitato alla guerra che oppone Israele ad Hamas, confinando il tutto a Gaza, e nel fare ciò si dimentica colpevolmente dell’esasperazione del clima in Cisgiordania, martoriata dalle colonie, dagli espropri di terra, dalla distruzione e dalla disumanizzazione della popolazione, anche dovuta dal muro di divisione (o meglio di annessione) dichiarato illegittimo esattamente dieci anni fa dalla Corte internazionale di giustizia dell’Onu e nonostante ciò in continuo avanzamento. Secondo le statistiche dell’Onu, nei primi sei mesi di quest’anno ben 17 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano solo in Cisgiordania, e 1.292 feriti. La stragrande maggioranza di questi stavano prendendo parte alle manifestazioni pacifiche di protesta contro il muro, che si tengono settimanalmente in alcuni villaggi palestinesi.

Mai abbastanza si parla della violenza cui la popolazione palestinese è soggetta da parte dei coloni: chi per esempio ha riportato l’ultimo rapporto di Defence for Children International, che denuncia allarmanti e sistematiche violenze sui bambini palestinesi da parte dei coloni?

In un recente, e come sempre coraggioso intervento, il giornalista israeliano Gideon Levy afferma che: “Israele non vuole la pace…In effetti, si può dire che Israele non ha mai voluto la pace – una pace giusta, cioè basata su un compromesso equo per entrambe le parti…Praticamente ogni israeliano direbbe di volere la pace, è ovvio. Ma non farebbe riferimento al tipo di pace che porta anche alla giustizia, senza la quale non c’è pace, e non ci potrà essere.” E ancora: “Israele non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come una comprensibile sofferenza umana e nazionale…Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione.”

Gideon Levy era tra i partecipanti alla Conferenza israeliana di pace organizzata da Haaretz ieri, con un programma che ha affiancato Shimon Peres, Mahmoud Abbas, ad altri più o meno eminenti relatori (tra cui alcuni discutibili come Fiamma Nierenstein o Tzipi Livni, ministro della giustizia e chief negotiator, accusata di crimini di guerra per operazione Piombo Fuso).

Anche David Grossmann era tra i relatori. Ed anche lui – in un bell’articolo oggi su Repubblica – mette in dubbio che Israele abbia mai voluto perseguire la pace con i palestinesi (dopo il fallito tentativo del 1993). E si chiede: “La strada della guerra, dell’occupazione, del terrorismo, dell’odio, l’abbiamo provata decine di volte senza stancarci né scoraggiarci. Come mai invece ci affrettiamo a respingere definitivamente quella della pace dopo un solo fallimento?”.

Il presidente palestinese Abbas nel rilanciare l’ipotesi di mediazione che era stata avanzata a suo tempo dalla Lega Araba nell’ambito della “Arab Peace Initiative”, dal canto suo scrive oggi sul giornale israeliano Haaretz che: “La visione della pace da parte della Palestina è chiara ed è fermamente basata nei principi del diritto internazionale… Di conseguenza la sovranità dello Stato palestinese e di Israele, come definito dai confini del 1967, deve essere rispettata”.

Non che le voci sagge ed illuminate siano assenti anche dentro al dibattito israeliano. L’associazione Breaking the silence (che da anni denuncia le violazioni e crimini commessi dai soldati israeliani nei territori occupati), presente alla Conferenza israeliana sulla pace organizzata da Haaretz, ha dichiarato: “Siamo qui per ricordare a tutti che il presupposto per la tanto attesa pace e tranquillità nella regione è la fine dell’occupazione. Dobbiamo ricordare a noi stessi ogni giorno…che dietro la paura e il fervore, la raffica di missili e dimostrazioni sia di unità e di odio, c’è un’esistenza dimenticata e inespressa. Dietro operazioni quali “Protective Edge” e “Brother’s Keeper“, vi è una costante, continua presenza di paura, oppressione e ingiustizia. Questa è l’occupazione, e milioni di persone vivono sotto il suo peso giorno dopo giorno.”

Non trovo migliori parole per concludere.