In questa società liquida, come la definisce il sociologo e filosofo Bauman, la scuola dovrebbe essere una solida istituzione per orientare i giovani verso il futuro. Purtroppo navighiamo in tempi di incertezze e la metafora scelta da Seneca, del “marinaio che non sa dove andare”, sembra essere più attuale che mai. L’opera viva (Mondadori), l’ultimo libro di Sergio De Santis, va proprio in questa direzione. In gergo marinaresco l’opera viva è la parte sommersa di un’imbarcazione, quella che lavora con l’acqua per generare il moto, mentre l’opera morta, la parte visibile, è solo il guscio esterno. Per Leo, protagonista del libro, anche la parte decisiva delle persone è quella sommersa. La navigazione, dunque, è la metafora che fa da sfondo al racconto di storie di tutti i giorni, storie forti generate dalla debolezza dei venti, che spesso non sono così favorevoli. Soprattutto nelle realtà più difficili, dove Leo insegna, e dove la scuola sembra non essere un approdo sicuro senza dei buoni maestri.

L’ignoranza produce effetti devastanti. Ecco perché il romanzo di uno scrittore che per anni ha insegnato nelle più disastrate periferie meridionali assume significati fondamentali per il valore dell’istruzione come antidoto ai veleni sociali. De Santis in quelle scuole “al limite” deve aver conosciuto molto bene lo smarrimento di giovani senza alcuna garanzia per il futuro, pericolosamente attratti da ingannevoli scorciatoie e nei casi estremi, dalla violenza.

Un romanzo a tratti amaro, ma che al tempo stesso tende al riscatto, come nella continua sfida con l’imprevedibile mare; sguardi puntati non solo sulla tempesta, ma anche sul porto. Occorre tracciare giorno per giorno una rotta sicura individuando le imbarcazioni in difficoltà prima che lancino l’ultimo, disperato sos. E’ questo l’obiettivo di chi, come Leo, crede nel vero insegnamento, di chi è capace di individuare gli effetti di una vera lezione sulla “buona navigazione”. Ne L’opera viva c’è l’essenza di quello che dovrebbe essere lo scambio studente–professore. Dalle belle pagine di De Santis emerge con forza l’importanza della figura dell’insegnante come punto di riferimento per esistenze già troppo allo sbando. Un rapporto da uomo a uomo anche nelle reciproche fragilità.