“Un’offensiva di terra potrebbe avvenire presto, a meno che Hamas non fermi i razzi contro Israele“. E’ il presidente Shimon Peres a dettare l’ultimatum in un’intervista esclusiva alla Cnn che arriva in una giornata di grandi tensioni in Medio Oriente. “Li abbiamo avvisati. Gli abbiamo chiesto di fermarsi. Abbiamo aspettato 1,2,3 giorni e hanno continuato ancora di più”. Un’intimidazione che per alcuni era sembrata anche una timida apertura al dialogo, ma a cui è seguito poco dopo l’attacco di Hamas vicino alla centrale nucleare di Dimona (Neghev): sette razzi lanciati da Gazza con una rivendicazione (“L’obiettivo era il reattore nucleare”). Tre sono stati intercettati in volo, gli altri quattro sono caduti in zone desertiche: secondo fonti locali la centrale non è stata colpita. Il Movimento di resistenza islamico ha fatto sapere che la minaccia di Peres è “stupida” e non spaventa il Movimento di resistenza islamico. La situazione è precipitata nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 luglio quando l’esercito israeliano ha dato il via all’operazione “confine protettivo” in risposta al lancio di razzi (circa 225) verso il proprio territorio da parte di Hamas. In due giorni 430 gli attacchi arei (160 solo la notte scorsa i raid sulla Striscia di Gaza) e 560 gli obiettivi colpiti. Almeno 52 i morti tra i palestinesi e 450 i feriti. A Gaza strade deserte e ospedali che non riescono a far fronte al numero di feriti. Intanto il premier Benjamin Netanyahu resta fermo sulla sua posizione: “L’operazione sarà estesa e continuerà sino a quando gli attacchi verso le nostre città si fermeranno e tornerà la calma. L’esercito è pronto per ogni possibilità. Hamas pagherà un caro prezzo per aver attaccato i cittadini israeliani“. Intanto sono cinque i razzi intercettati dall’Iron Dome sull’area metropolitana di Tel Aviv dove stamattina è suonato l’allarme e si sono sentite tre esplosioni. I proiettili lanciati da Gaza sono stati indirizzati in 20 differenti località di Israele, compresa la zona centrale del paese. Le sirene sono risuonate a Modin, Rishon Letzion, Ashdod, Ashkelon, Rehovot, ma anche nel sud del paese. E l’escalation non sembra diminuire: Israele nelle scorse ore ha richiamato 40 mila riservisti.

“Dobbiamo fermare questo massacro, questo è un genocidio”, ha detto il leader palestinese Abu Mazen alla riunione straordinaria dell’Olp in corso a Ramallah. “Il prosieguo delle operazioni militari di Israele porteranno a una terza Inifada“, avverte il responsabile delle relazioni esterne di Hamas, Osama Hamdan, che spiega che “siamo vicini a cambiamenti per la causa palestinese e l’intera regione del Medio Oriente”. Il governo di unità palestinese intanto ha annunciato di essere “in riunione permanente per seguire le ripercussioni dell’offensiva”. In una seduta straordinaria presieduta dal premier Rami Hamdallah, il governo ha dichiarato inoltre “lo stato di allerta generale in tutti i ministeri e le istituzioni preposte ai servizi, quali il ministero della Salute, gli ospedali e i centri sanitari, affinché siano pronti ad offrire il massimo grado di sostegno, aiuto e soccorso medico alla nostra gente nella Striscia di Gaza”.  

Il premier, dopo le polemiche di questi giorni su una sua risposta ‘debole’ ad Hamas, ha annunciato chiaro e tondo che Israele “non tratterà più con i guanti” la fazione islamica. ”Hamas – ha aggiunto – ha scelto di far salire la tensione e pagherà un prezzo pesante per averlo fatto”. La reazione palestinese non si è fatta attendere: il presidente Abu Mazen si è appellato alla comunità internazionale perché Israele termini “immediatamente” l’escalation e i suoi raid aerei. L’Egitto sta avendo intensi “contatti” con Israele e Hamas ma non si tratta ancora di una vera mediazione come quella che ebbe successo nel fermare l’analogo attacco israeliano a Gaza di quasi due anni fa. Del resto dall’anno scorso al Cairo la situazione è cambiata: al governo, ora, c’è l’ex-generale Abdel Fattah al-Sisi e non più i Fratelli musulmani di Mohamed Morsi strettamente legati al movimento islamico della Striscia fin dalla sua nascita. L’Egitto è comunque storicamente il primo paese arabo ad aver firmato un trattato di pace con Israele, nel 1979. E, ripetono dal ministero degli Esteri e presidenza del Cairo, in questi giorni ha avuto “intensi contatti” con “tutte” le controparti.

Il premier israeliano ha avuto oggi colloqui telefonici con il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, con la cancelliera tedesca Angela Merkel e con il segretario di Stato americano John Kerry. Nel corso delle conversazioni, riportano i media israeliani, Netanyahu ha sottolineato che nessun Paese può accettare l’incessante lancio di razzi contro il proprio territorio e che Hamas è il vero responsabile dell’uccisione di civili a Gaza, poiché li usa come scudi umani. Ban Ki Moon ha sottolineato la sua “estrema preoccupazione” ed ha condannato il recente lancio di razzi da Gaza su Israele. Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha definito “vile” l’attacco dei razzi su Israele, ma ha espresso preoccupazione per le vittime civili di entrambe le parti. Stesso giudizio da parte del ministro degli esteri italiano Federica Mogherini per la quale “bisogna evitare che si inneschi una spirale irreversibile”. Il segretario generale della Lega Araba, Nabil el-Araby, ha chiesto una riunione “immediata” del Consiglio di sicurezza dell’Onu sui raid israeliani contro Gaza. Il presidente francese Francois Hollande ha condannato il lancio di razzi da Gaza da parte di Hamas contro Israele ed ha espresso “solidarietà della Francia” al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu.

Il passaggio all’operazione vera e propria da parte di Israele è scattato lunedì notte notte con una forte offensiva aerea: secondo l’esercito i raid su Gaza sono stati inizialmente 146 e 98 di questi contro lanciatori di razzi nascosti. In uno di questi raid, che ha fatto tre morti, è stato colpito, su un auto in transito nella via al-Wahda, Mohammad Shaaban, “il comandante del commando della marina” di Hamas. Ma l’attacco più cruento si è verificato in un casa colpita a Khan Yunis con 10 morti, fra cui due bambini e 35 feriti. “È stata una strage”, hanno detto nelle strade della città. Secondo le prime informazioni, la casa apparterrebbe alla famiglia Kawara che avrebbe legami col braccio armato di Hamas. Al momento dell’attacco dell’aviazione israeliana al suo interno e nelle sue immediate vicinanze si trovavano decine di persone, fra cui donne e bambini. Secondo la stampa israeliana si trattava in effetti di “scudi umani” che – è ipotizzato – cercavano di impedire con la loro presenza un attacco aereo israeliano. Per il premier israeliano “Hamas deliberatamente si nasconde dietro i civili. Ed è quindi responsabile per le vittime collaterali”. Gaza City – hanno riportato fonti locali – è stata ieri una città fantasma: gli uffici pubblici sono rimasti deserti, come pure le strade del centro.