Gli interessi sugli interessi? Una pratica normale in “qualsiasi paese che non abbia una legislazione islamica”. Dopo la rivolta delle associazioni dei consumatori contro il contestatissimo anatocismo, reintrodotto dal decreto Competitività, in soccorso del governo arriva la Banca d’Italia. Mercoledì, in audizione al Senato proprio sul testo del decreto, il capo del Servizio stabilità finanziaria di via Nazionale Giorgio Gobbi ha infatti difeso la norma che reintroduce la possibilità per le banche di fare pagare ai correntisti in rosso gli interessi sugli interessi passivi dovuti. Possibilità che nel 2000 la Corte costituzionale ha eliminato dall’ordinamento italiano. “Nessuna economia di mercato può funzionare senza questo meccanismo”, ha sostenuto Gobbi. Unica eccezione gli Stati islamici, che come è noto basandosi su un’interpretazione del Corano vietano di applicare interessi.

Non solo: secondo l’economista l’articolo 31 del decreto, quello appunto che prevede la capitalizzazione degli interessi, “produce chiarezza” e, stabilendo che interessi attivi e passivi debbano essere trattati allo stesso modo, “va incontro a esigenze di trasparenza”. Danni per i correntisti? Affatto, anzi “la formulazione così com’è per noi è opportuna e salva molte famiglie da più spese”. Ma entro le 18 di giovedì i senatori potranno presentare emendamenti al testo, e da più parti – compreso il ministro dello Sviluppo Federica Guidi, che dopo aver disconosciuto la norma ha aperto a “modifiche” da parte del Parlamento – si auspica che quell’articolo venga eliminato. Così Gobbi mette le mani avanti e avverte: “Se il legislatore vuole vietare l’interesse composto, deve sapere che lo vieterà solo sulla carta perché un sistema come il nostro non potrebbe farne a meno: l’intera struttura della determinazione dei tassi di interesse si basa sull’interesse composto, se lo aboliamo dovremmo ripensare come definire tutti gli strumenti finanziari”. Eppure l’orientamento della giustizia italiana è differente, se è vero che si moltiplicano i casi di imprenditori che fanno causa alle banche contestando tassi usurari e le vincono anche contestando l’anatocismo.

Poco rassicurante, anche se per motivi diversi, anche l’altro “allarme” lanciato dall’uomo di Ignazio Visco. Quello sull’articolo del Dl che spalanca le porte del settore del credito alle compagnie di assicurazione. Un’estensione che potrebbe aprire la strada, soprattutto nei gruppi misti bancario-assicurativi, a quello che Gobbi ha definito “arbitraggio regolamentare”, cioè il trasferimento di prestiti dalla banca alla compagnia assicurativa per rispettare più facilmente i requisiti di capitale “e non per erogare effettivamente nuovo credito alle imprese”. Comportamenti elusivi del genere “potranno essere affrontati attraverso l’identificazione di un adeguato livello di patrimonializzazione per le imprese di assicurazione che desiderano erogare finanziamenti”.