C’è un solo modo per stanare il Pacioccone Mannaro Renzi: costringerlo a passare dalla supercazzola al fatto concreto. Per questo, a gennaio, i talebani dei 5 Stelle sbagliarono: non perché Renzi fosse sincero (è uno stato mentale che pare perlopiù ignorare), ma perché – non accettando di “sedersi al tavolo delle riforme” – gli permisero di fermarsi allo step che predilige (la mera promessa) e di consegnarsi voluttuosamente al maestro Silvio. Se il Pacioccone Mannaro può giocare al suo gioco preferito, “Dillo con un hashtag“, è pressoché imbattibile (anche perché ha quasi tutti i media dalla sua parte). Non appena però lo si costringe ad uscire dal magico mondo delle slide e delle pillole-Moccia, non sa già più cosa fare. Renzi è un contenitore pingue di buonismo e nulla, e il nulla (oltre al buonismo) agli italiani piace. Per questo lo votano: perché è un restauratore rassicurante, un po’ tontolone (nell’aspetto) e caricaturalmente carismatico (agli italiani la caricatura al potere piace, da Mussolini a Berlusconi).

Su legge elettorale e riforma del Senato, sin qui, il Pacioccone Mannaro aveva giocato di rimessa: un proclama lì, una smargiassata là e qualche 80 euro qua, regalati giusto a ridosso della tornata elettorale; soldi reali, che però entreranno in una tasca degli italiani per uscire poco dopo dall’altra. A un’informazione che si accontenta di speranze e promesse, Renzi regala appunto speranze e promesse, aggiungendo quel surplus di Madonne impalpabili da adorare, ora una Karina Huff Boschi e ora una Empty Bonafè.

Chi vive sputicchiando supercazzole sull’ottimismo ha però una kryptonite conclamata: la concretezza. Infastidito dalla mossa – tardiva ma strategicamente efficace – dei 5 Stelle, Renzi sta nervosamente prendendo tempo e giocando a scacchi. Potrebbe cambiare davvero e in meglio il paese, ma è geneticamente allergico alla rottamazione (per questo ne parla sempre: per esorcizzarla). Ogni giorno cerca una scusa per procrastinare il dialogo e dimostrare alla fidanzata Silvio che lui è un amante politico fedele.

Se però gioca a scacchi con Di Maio, si fa male. E lui lo sa, perché non è una cima ma non è certo stupido. Da piccolo Renzi era uno che, quando perdeva, portava via il pallone (e con quel fisico lì, verosimilmente, perdeva spesso). Oggi il pallone si chiama governo, si chiama Paese, si chiama Costituzione. E allora occorre stare attenti. Quando un uomo sopravvalutato e senza grandi qualità va al potere, e ha per giunta quasi tutti i media dalla sua, il rischio di deriva autoritaria c’è. Perfino in una democrazia occidentale teoricamente evoluta e salda. Saranno mesi sfibranti, burrascosi e pericolosi. Informatevi bene. E non abbassate la guardia.