Prima il casello dell’autostrada, poi il porto con i container. Adesso anche la Costa Concordia. Quando è troppo è troppo. I cittadini di Pra’, delegazione marinara quasi all’estremo ponente cittadino di Genova, si sono ribellati. E hanno scritto addirittura al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Il casello dell’autostrada lo hanno chiamato casello di Voltri, il porto è stato battezzato VTE (Voltri Terminal Container). Eppure entrambi si trovano sul territorio di Pra’. Adesso il relitto della Costa Concordia sta per essere trainato nel porto di Voltri. Ma quale Voltri! Ogni centimetro del porto è in territorio di Pra’. Vogliamo che la verità, storica e geografica, sia rispettata”.

Questo il senso della petizione spedita al Quirinale, a firma della FondAzione PrimA’vera (notare le maiuscole e l’apostrofo). Il gesto ha già prodotto un risultato. Gli uffici del Colle hanno chiesto al prefetto di Genova, Giovanni Balsamo, di interessarsi al caso. Da palazzo Doria Spinola, sede della prefettura, una telefonata ha raggiunto il presidente dell’Autorità Portuale di Genova, Luigi Merlo, con una richiesta precisa: “Mandateci una relazione”. Spezzino, dunque certamente al di sopra delle parti, Merlo si è affrettato a convocare una delegazione di Praini (gli abitanti di Prà tengono a chiamarsi Praini, contaminazione dal dialetto genovese. In lingua italiana sarebbero Praesi). Ha ascoltato le loro ragioni e ha promesso di intervenire. Come? Chiedendo urbi et orbi di nominare Pra’ accanto a Voltri, ad esempio sulle onde di Isoradio che annuncia code, incidenti e altri guai autostradali “al casello di Voltri”, facendo imbestialire i praini all’ascolto. Che insistono, cocciuti: “Anche il casello è in territorio di Pra’. Perché non cominciare cambiando la dicitura sui cartelli autostradali? Voltri-Pra’ sarebbe già un bel passo avanti”.

“Non è affatto una questione di campanile – chiarisce a ilfattoquotidiano.it Nino Durante, 66 anni, uno degli animatori della FondAzione, nonché storico militante del suo amato borgo – Chiediamo soltanto che siano rispettate la verità e le radici storiche di Pra’. Dubbi non ce ne sono, neppure sotto il profilo geografico. I territori dei quartieri della Grande Genova, e prima i municipi, erano delimitati dai rivi. Pra’ è divisa a ponente da Voltri dal rio San Giuliano, oggi interrato e ridotto a un rivo, all’altezza degli ex stabilimenti Verrina. Proprio in quel punto infatti termina via Pra’ e inizia via Voltri. A levante il confine con Pegli è sempre stato segnato dal rio Sant’Antonio, che scorre, anch’esso interrato, accanto all’omonima chiesa. All’epoca in cui le feste religiose erano sentite e il popolo partecipava in massa alle celebrazioni del santo, la festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, era una festa dei Praini, non dei Pegliesi. Hanno poi spostato il confine con Pegli duecento metri a ponente, all’altezza del Castelluccio. Portandoci via un’altra fetta di territorio e di cuore. Abbiamo deciso di ribellarci a questo andazzo che cancella la nostra storia e di riprenderci quello che ci spetta “. Durante la chiama “la politica delle carte bollate”. “Fra i nostri iscritti ci sono fior di professionisti che sanno come scrivere una denuncia, in senso lato s’intende”.

Pra’ oggi conta circa 27mila abitanti. Il nome deriva dalla contaminazione del toponimo Prata Veituriorum (Prati dei Veturii). Da cui Pra’, “con l’apostrofo e non con l’accento”, precisa, Durante. I Veiturii erano l’antica popolazione ligure insediata nella zona che oggi va da Cornigliano (a ponente di Sampierdarena) ad Arenzano, appena oltre i confini della Grande Genova voluta da Mussolini nel 1926. I Veiturii abitavano le zone collinari, erano un popolo molto fiero e guerriero. Se ne accorsero i romani che dovettero aprirsi la strada a ponente combattendo sanguinosamente contro le tribù liguri. Diodoro Siculo parla dei liguri come “uomini che sembrano bestie e donne che sembrano uomini”. Non esageriamo… A Pra’ vantano oggi altri primati. Il basilico, ad esempio. “Siamo la capitale del basilico, da noi cresce tenero e perfetto per la salsa genovese per eccellenza: il pesto”.

Pra’ non ci sta dunque ad essere cancellata dalle carte geografiche. E spera che dalla demolizione della Costa Concordia arrivi anche un ritorno di immagine. “Tv e giornali dovranno parlare e scrivere che la nave verrà demolita nel porto di Pra’, non di Voltri”, iniste Durante. Il basilico, da solo, evidentemente non basta a salvare Pra’ dalla damnatio memoriae decretata nei tempi moderni. Le serre in collina dove cresce la tenera pianticella sono in parte scampate allo scempio edilizio che ha devastato i boschi e le radure dove pascolavano le greggi e coltivavano cereali gli antenati, fin dall’alto Medioevo. Lontani dal mare per scampare alle incursioni saracene. Il Cep e le cosiddette Lavatrici – orribili quartieri popolari costruiti negli anni Sessanta e Ottanta – restano a testimoniare lo sfregio di un’edilizia senz’anima, edificata in tempi di sfratti di massa.

In epoche più vicine a noi, i contadini dalle colline scesero al mare e si trasformarono in pescatori. Uscivano i gozzi al tramonto e le reti erano calate a braccia nel mare profondo fino a cento metri. La mattina presto le “Prain-ne” , le donne dei pescatori, si mettevano in marcia verso la città trascinando i carretti a ruote con il pescato della notte. Un’usanza durata fino alla metà del secolo scorso. Fino alla fine dei Settanta le spiagge erano mèta prediletta dei ragazzi del borgo. Bastava attraversare la ferrovia per calpestare la riva pietrosa dei bagni Rosa, dei Bagni Ausonia e dei San Pietro. L’acqua era scura e limpida. Tutto cancellato dalla costruzione del megaporto, a metà degli anni Settanta. Di quel mare generoso resta soltanto un lungo canale di calma, utilizzato dai canottieri. E la nostalgia di un mondo scomparso.