“Fare miglior uso della flessibilità insita nelle esistenti regole del Patto”. Nel giorno del suo esordio alla presidenza di turno del consiglio che riunisce i ministri dell’Economia e delle finanze dei 28 Paesi membri (Ecofin), Pier Carlo Padoan porta a casa da Bruxelles solo questo. Quel tanto di elasticità sui conti pubblici che non richiede alcuna modifica dei patti e che nessuno, da Angela Merkel al presidente uscente della Commissione Ue José Manuel Barroso, si è mai sognato di mettere in dubbio. Proprio perché è ampiamente previsto e ammesso dal Patto di crescita e stabilità e dal Fiscal compact. Insomma, nessuna vittoria della “linea Renzi” e nulla di nuovo sotto il sole. Le discussioni di merito, peraltro, sono rimandate all’incontro di settembre. Quando i tempi per individuare criteri comuni con i quali misurare l’impatto delle riforme sulla crescita futura e individuare “margini” da utilizzare in sede di stesura della Legge di stabilità saranno davvero risicati.

Il documento finale dell’Ecofin, è vero, concorda sul fatto che “bisogna dare particolare attenzione alle riforme strutturali che sostengono la crescita e migliorano la sostenibilità dei bilanci, anche attraverso una valutazione appropriata di misure di bilancio e riforme”. E esprime il sostegno del consiglio agli “obiettivi della presidenza italiana per rilanciare crescita e occupazione attraverso uno sforzo comune di riforma”, incentrato sul completamento del mercato unico, le riforme strutturali per aumentare il potenziale di crescita dell’economia e la promozione degli investimenti “duramente colpiti durante la crisi”. Ma, per il resto, non fa che ribadire i soliti paletti. Il tetto del 3% al rapporto deficit/pil va rispettato e il pareggio strutturale di bilancio resta imprescindibile. Come dimostra molto chiaramente il severo contenuto delle raccomandazioni per l’Italia approvate dal Consiglio europeo del mese scorso e confermate dall’Ecofin: nel testo delle conclusioni si ribadisce che “sono necessari sforzi aggiuntivi, anche nel 2014, per rispettare le richieste del Patto di stabilità e crescita”. Tradotto: lo sforamento chiesto da Roma, che il pareggio strutturale di bilancio vorrebbe rinviarlo al 2016, viene bocciato. 

Non basta: mentre il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, interpretava la sua solita parte da guardiano del rigore avvertendo che “le riforme strutturali non devono essere una scusa o un’alternativa per non fare il consolidamento fiscale”, a mettere in difficoltà Padoan ci si è messo anche Matteo Renzi. Che, parlando dal palco di Digital Venice, ha pensato di approfittare dell’evento dedicato alle politiche per il digitale per chiedere che gli investimenti in infrastrutture digitali siano esclusi dal calcolo del deficit. L’uscita non è passata inosservata. E Siim Kallas, commissario ad interim agli Affari economici da quando Olli Rehn è passato agli scranni dell’Europarlamento, ha replicato a strettissimo giro: “Nessuna spesa può essere esclusa dal calcolo del deficit”. Perché, se non fosse chiaro, “non può esserci una spesa buona e una cattiva”. E comunque ”prima si devono fare le riforme”. Poi, eventualmente, si discuterà di cavilli e metodi di calcolo.