Entrambi amati ed elogiati all’estero, ma odiati e biasimati in patria perché troppo vicini all’Occidente e alla Nato. Il primo, Mikhail Gorbaciov, artefice della perestrojka e ultimo presidente dell’Urss. Il secondo, Eduard Shevardnadze, suo ministro degli Esteri e figura chiave nella fine della Guerra Fredda. “Era un abile politico e una personalità straordinaria”, così Gorbaciov ricorda il suo amico e collega scomparso il 7 luglio a 86 anni, dopo una lunga malattia, nella sua residenza vicino a Tbilisi, capitale della Georgia. “Era uno che agiva attivamente, non dovevo spingerlo”, aggiunge ancora. Come per dire che a volte Shevardnadze correva troppo veloce perfino per i suoi stessi standard. Nei cinque anni in cui fu alla guida della diplomazia sovietica, il politico georgiano superò le distanze tra il blocco dell’Est e l’Occidente che prima sembravano davvero insormontabili. 

Quando, nel 1985, Shevardnadze fu nominato ministro degli Esteri dell’Urss, in molti rimasero stupiti. Originario di un paesino georgiano di Mamati e con alle spalle una carriera nel Pcus locale, fu promosso ad un incarico di grandissima rilevanza, nonostante la Georgia non avesse un peso determinante sullo scacchiere internazionale. Shevardnadze vantava però un antica amicizia con Gorbaciov, diventato nel 1985 segretario generale del Comitato centrale del Pcus. Rapporto nato alla fine degli anni Cinquanta, quando i due si incontrarono tramite Komsomol, l’Unione della gioventù comunista. Già all’epoca ebbero una discussione su come era possibile risollevare il Paese che in quel momento rischiava di collassare a causa del suo isolamento. 

Con l’avvento di Shevardnadze la politica estera dell’Urss prese un nuovo corso. Se il suo predecessore Andrei Gromyko fu soprannominato dai colleghi internazionali “Mister No”, il politico georgiano divenne per contrapposizione “Mister Yes”. Nome cha simboleggiava l’apertura dei Soviet verso l’Occidente con l’avvento della perestrojka. Il cambio di rotta soprattutto nei rapporti con gli Usa era dovuto alle preoccupazioni per la sicurezza nazionale dell’Unione Sovietica. Come lo stesso Shevardnadze spiegò più volte in varie interviste, i negoziati con gli Stati Uniti per il disarmo nucleare presero piede su iniziativa di Mosca, che temeva l’accelerazione dell’allora presidente americano Ronald Reagan sulle armi spaziali. Così nel 1987 fu firmato l’accordo tra l’Urss e l’Usa sulla eliminazione dei missili nucleari a media e breve gittata. 

La vittoria diplomatica di cui Shevardnadze andava più fiero fu però la riunificazione della Germania. Durante le interviste amava mostrare un souvenir sulla sua scrivania, un pezzo del muro di Berlino con la scritta in tedesco: “Eduard Danke” (“Grazie Eduard”). Parlando con i giornalisti raccontò come riuscì a strappare il “sì” di Gorbaciov per ripristinare la sovranità della Germania. Insieme all’allora segretario di Stato americano James Baker chiamarono il leader sovietico per comunicargli che il fronte occidentale era unito sulla questione tedesca. La risposta fu: “Puoi considerare che sono favorevole alla riunificazione della Germania”. Così il 12 settembre del 1990 a Mosca fu firmato il Trattato sullo stato finale della Germania. 

Shevardnadze lasciò il suo incarico nel dicembre del 1990 con un discorso al Congresso dei deputati del popolo dell’Urss, ammonendo sul pericolo di un golpe autoritario che minacciava la democratizzazione dell’Urss. Timori che si sarebbero realizzati con il Putsch dell’agosto del 1991, quando alcuni funzionari del governo sovietico tentarono di spodestare Gorbachjov, in un disperato tentativo di fermare il crollo dell’impero dei Soviet. Dopo la firma dell’accordo di Belavezha l’8 dicembre del 1991 – che istituì la Comunità degli Stati indipendenti al posto dell’Unione Sovietica – l’Urss cessò ufficialmente di esistere. Shevardnadze fu tra i primi a riconoscere l’accordo. 

Un colpo di stato del 1992 lo riportò alla guida della Georgia ormai indipendente. Poltrona che mantenne per più di dieci anni. La sua popolarità fu intaccata dal sanguinoso conflitto tra la Georgia e Abcasia nel 1992-93, che costò a Tbilisi la perdita della repubblica separatista. Nel 2003 l’opposizione guidata dall’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili scese in piazza chiedendo le dimissioni di Shevardnadze. Lui lasciò la scena politica rifugiandosi nella sua residenza di Krtsanisi alle porte di Tbilisi. Uno scenario, quello della ‘rivoluzione della rose’ georgiana, che ha vissuto un epilogo molto diverso da quello che si è visto a Kiev l’inverno scorso, con la destituzione del presidente Viktor Yanukovitch, fuggito in Russia abbandonando la propria dimora, e centinaia di morti in un conflitto che non vede fine. In una delle ultime interviste fu chiesto a Shevardnadze di tirare le somme della sua vita e lui considerò come una delle sue più grandi vittorie quella di aver avuto il coraggio di lasciare la guida della Georgia di sua volontà, evitando così uno spargimento di sangue.